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Electric Wizard

prisoner in a fake world

Dopo il gran ciarlare dell’ultimo post ricominciamo con il solito tran tran di una pubblicazione ogni congiunzione astrale favorevole.
Che cos’è la realtà signori miei?
Molti se lo chiedono, altrettanti rimangono senza risposta.
L’ esperienza comune ci suggerirebbe che siano realtà le cose  che riusciamo a sondare con i nostri organi sensoriali.
Tutto ciò che riusciamo ad assaggiare con la nostra lingua, annusare con il naso, tastare con le mani e così via, dovrebbe essere reale.
L’approccio dell’uomo moderno è di tipo “santommasico”, se mi passate il termine, se non vedo non credo, e già che ci sei se mi fai vedere anche un paio di volte di più è pure meglio. 

Ma cosa succede quando la finzione riesce a raggiungere una contraffazione tale da illudere i sensi? 

 Con questa breve introduzione andiamo ad aprire un ciclo di post (spero almeno) dove andremo ad analizzare le opere di un autore che ha fatto della “ricerca della realtà” uno dei leitmotiv della propria produzione letteraria.

Philip K. Dick nasce a Chicago nel 1928, scomparso prematuramente nel 1982 dopo una vita turbolenta e assuefatta alle droghe, dedicherà alla ricerca del reale la sua burrascosa e breve vita. 

 

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La fantascienza per Dick assume una valenza particolare, se per la maggior parte degli scrittori di genere essa rappresenta il luogo, il teatro e fulcro delle vicende trattate, per Dick è totalmente diverso: in dei punti sembra quasi scordarsi dell’ambientazione, finisce col narrare delle vicende molto umane, quotidiane, per nulla fuori dalla comune o estranee al contesto della vita di tutti i giorni di un comune cittadino del mondo post-bellico. 
Come primo libro da commentare scelgo il romanzo che, grazie all’ottima trasposizione cinematografica di Ridley Scott (avrete forse sentito parlare di un certo Blade Runner), ha aperto le porte del successo post-mortem al povero Philip. 

Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (Do Android Dream of Electric Sheep?) ci presenta un mondo dove la Terza Guerra Mondiale ha lasciato solo rovine, le radiazioni hanno reso invivibile il pianeta Terra e solo chi non può permettersi di emigrare nello spazio è rimasto sulla terraferma, in continua lotta con la degenerazione che le continue piogge radioattive causano nell’ambiente. 
La tecnologia ha raggiunto picchi inimmaginabili ed è in grado di riprodurre perfettamente qualunque cosa, dagli animali (ormai quasi completamente scomparsi dalla faccia della terra ed oggetti di culto del misterioso Mercerianesimo), fino all’uomo stesso: l’androide (o “replicante”) viene utilizzato come forza lavoro nelle colonie spaziali, senza alcuna possibilità di decisione del proprio destino. 
Attore principale della vicenda è “il cacciatore di androidi” Rick Deckard, un semplice e mediocre agente di polizia che si occupa di “ritirare” gli androidi che decidono di scappare e di sottrarsi al loro destino.
Un riparatore di elettrodomestici difettosi praticamente.

Ma cosa succede quando l’elettrodomestico è talmente realistico da sembrare un essere umano? 

Il nocciolo del libro è proprio questo: in un mondo dove tutto è falso chi è più vero? L’uomo, che segue il suo input istintivo personale o l’androide che segue le indicazioni di un circuito predefinito?
Nel finale, totalmente anticlimatico e filosofico, l’autore sembra suggerirci, attraverso le avventure di Deckard alla ricerca dei modelli Nexus-6, la conclusione del dilemma: è reale ciò che noi vogliamo che sia reale, e non necessariamente ciò che l’esperienza sensoriale ci suggerisce come reale. 

 

DoAndroidsDream
Nonostante una parte della critica dickiana lo consideri un’opera minore io credo che la lettura di Ma Gli Androidi… sia caldamente consigliato, specialmente per chi cerca di aprire una finestra, un piccolo pertugio attraverso questo mondo, un po’ falso e un po’ (troppo) elettrico. 

 

 

Memorie di un passato (non così) lontano

Per quanto mi riguarda, l’Ispirazione è un po’ come la Bella della classe.
Tu sei là, bel bello (o forse più sfigato che non altro) che aspetti un segno, un qualcosa…magari quell’occhiata un po’ storta e compassionevole che tu interpreti come sinonimo di benevolenza.

Ma oh, non ci sono versi.
E intanto ti logori, sapendo che probabilmente hai le stesse possibilità di successo di un merluzzo sotto sale.

Ma ehi, finalmente ce l’ho fatta.

E con questa struggionte (?) introduzione vi do ancora il benvenuto in questo ameno posto popolato da rimembranze eoliche antiche, forse un po’ vetuste, ma che Howard Phillips avrebbe sicuramente trovato di suo gradimento e, con cipiglio un po’ contenuto, avrebbe definito folli e pure un filino (forse parecchio troppo) tediose.

Ma comunque!
Come potete vedere dall’immagine dopo diverso tempo torniamo in Giappone, e troviamo ad aspettarci un libro molto controverso.
Non controverso per noi occidentali, ma controverso per chi di quel libro, almeno sulla carta, dovrebbe aver fornito i contenuti.

Arthur Golden definisce il suo Memorie di una Geisha come una sorta di romanzo autobiografico, dove l’autore fa da referente dei ricordi una geisha di professione, intervistata appositamente per l’occasione.

Peccato che la Geisha in questione, una volta pubblicato il tomo, citerà in giudizio Golden.
Prettamente per 2 motivi:
1) L’autore si era accordato con l’intervistata per mantenerne l’assoluta anonimità, che verrà sputtanata subito a fine libro,
2) le geishe, a detta della “testimone” nelle Memorie sono descritte come “prostitute d’alto bordo”, cosa non assolutamente vera, a suo avviso.
Specialmente il discorso dell’anonimità rivelata ha creato un sacco di magagne alla Geisha, che è stata ripetutamente minacciata di morte per aver disonorato la professione.

A prescindere da tutti i commenti che uno può fare su questo caso (che è stato già risolto da diverso tempo, risarcito a suon di vagonate di soldi), ci si potrebbe chiedere che cosa ci sia da nascondere quando la tua professione è pulita e libera da tutto ciò che può essere pensato come illecito e/o immorale (?)

Ma probabilmente non è così.

Le vicende accompagnano la vita di Chiyo, una bambina che, strappata al padre e mandata in un Okiya (casa di geishe), si trova da sola e senza riferimenti tra lo sfarzo e le contraddizioni della Kyoto Prebellica.
Il tutto è narrato in un modo molto fluido e semplice, per dirla col linguaggio cinematografico il “montaggio” delle scene su carta è veloce, serrato, senza un attimo di respiro, il lettore si trova inebetito davanti allo scorrere delle vicende, che si impilano perfettamente pagina dopo pagina, che letteralmente ti incollano gli occhi sulle lettere.
Eppure voglio dire, mica si parla di roba d’azione eh.

A prescindere dalle speculazioni, Golden ci presenta uno spaccato del Giappone imperiale filonazista (agli albori della seconda guerra mondiale appunto), un paese in bilico da sempre tra le più antiche tradizioni e il modernismo più sfrenato.

Esemplificazione perfetta di questo ragionamento sono le stesse geishe, donne di corte e accompagnatrici dei potenti, imprigionate in un rigido schema di comportamento, ma che al contempo si scoprono personaggi dal forte carisma, in grado di decidere le sorti del Paese.

 

Imprigionate nella loro stessa Forza.

Questo libro è veramente un’esperienza, molto bella e avvincente.
Mi hanno consigliato anche l’omonimo film (vincitore di 3 Oscar), ma sinceramente non ho ancora avuto il tempo di vederlo…anche perchè la mia lista di film è infinita, quasi quanto la mia lista dei libri!
E detto questo, vi lascio con un piccolo extra tratto dal film, appunto!
Alla prossima! 😀

P.S. questo post non era in programma, mi è venuto così…grazie a Madama Ispirazione! ahah si spera la prossima volta di seguire il ruolino di marcia!

Illusioni e Maschere

Ah, il sogno…..che tanti desideri in seno porta.

Bentornati ad una nuova puntata di “non so che cacchio fare e allora diamo un po’ di aria alla bocca”, stavolta andiamo a scomodare la pissicologia (come dicono da me alcune acculturate matrone) e ci addentriamo nel bellissimo (e ancorpiù bastardo aggiungerei) mondo dei sogni.

Il sogno rappresenta un elemento del nostro inconscio che da sempre scoinvolge l’uomo.
Per quanto possiamo scervellarci, non riusciamo a capire come il nostro cervello riesca ad  elaborare una serie di immagini apparentemente scollegate tra loro che riescono a impilarsi, con ordine e precisione certosine, in un disegno che può sembrare pure ben più grande della nostra piccola e insignificante vita da provincialotti dell’universo.

L’interpretazione del sogno è stata affrontata dai maggiori studiosi mondiali in fatto di analisi della mente umana, e nessuno sembra averci cavato qualcosa.
Più che altro non si riesce a trovare una teoria univoca e inconfutabile.
Solo un sacco di congetture.

Ma cosa succederebbe se il sogno si confondesse con la realtà?
Arthur Schnitzler ci presenta una sua visione tutta personale della faccenda.

Doppio Sogno è la storia di una crisi di coppia, portata su due piani: uno fisico e l’altro psicologico.
Fridolin e Albertine sono due giovani coniugi nell’Austria di inizio Novecento, lui aitante medico  con un futuro davanti, lei madre di una bambina di 6 anni e nel fiore della sua bellezza e delle sue speranze.
La vita sembra scorrere senza intoppi, quando un avvenimento all’apparenza insignificante sconvolge la quotidianità della coppia.

Una festa in maschera, un valzer concitato, un gioco di sguardi…e il desiderio di tradimento che si fa spazio nei cuori dei coniugi.

Comincia così un viaggio di redenzione per i due protagonisti, su due piani contrapposti, quello fisico per Fridolin e quello onirico per Albertine.
Un viaggio alla scoperta di un desiderio inappagato (e qui si erge Freud, il paladino dell’appagamento del desiderio), un desiderio erotico celato che stupisce Albertine e infervora Fridolin, che non accetta il fatto che sua moglie possa avere dei sentimenti e una fisiologia ben distinta.

Lo spannung della vicenda porterà ad uno scioglimento della tensione tra i protagonisti, per i quali vi è la certezza di una quotidianità routinaria, ma per i quali nulla sarà come prima.

Da questo libro è stato tratto pure un (ben più) famoso film, diretto da Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut che, pur rimanendo fedele al canovaccio originale, aggiorna le vicende all’età moderna, e introduce lo spettatore in una vera crisi matrimoniale: quella fra Tom Cruise  e Nicole Kidman, sposi sul set e nella vita reale.
E soprattutto introduce lo spettatore alla realtà delle cose, una società sessocentrica, dove tutto ruota intorno al bisogno di una sessualità sfrenata.
Perchè poi uno parla parla, ma i bisogni dell’essere umano sono pochi….e triti e ritriti.

 

 

 

 

 

Sia Fatta la Tua Volontà

Come avevo promesso, rieccoci qua.
Dato che il mio cosiddetto “blocco del lettore” (ma che poi esiste un termine del genere?) si sta manifestando abbastanza copiosamente nell’ultimo periodo, mi sto sempre più dedicando al panorama supereroistico americano, in una deriva fumettistica che sembra non conoscere limiti.

Si sa la cultura pop ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Che poi si riacchiudono entrambi nella definizione.

Essere pop può rappresentare un’arma a doppio taglio.
Infatti se con un mezzo di questo tipo si riesce a raggiungere una grandissima fetta di POPolazione, allo stesso tempo tale POPolazione risulta essere troppo grulla per poter vedere aldilà del supereroe con i mutandoni sopra i pantalùn.

Opinionando (?) abbastanza spudoratamente, fra le due regine del fumetto americano ho sempre preferito la DC comics alla Marvel.
Non perchè voglia fare l’alternativo o perchè la Marvel faccia schifo, io sono cresciuto prettamente con l’amichevole Uomo Ragno di quartiere sia chiaro, è solo che mi piacciono di più i personaggi DC.
Specialmente Batman, lui si che è un figo.

Parleremo anche lui in questo post.
Ma diamo al tempo quello che il tempo richiede.
La DC presenta, nella sua linea editoriale (o meglio dire presentava, dato il recente Nuovo 52, che ha azzerato la maggior parte delle testate più famose e gettato nel cestino quelle meno famose) un’etichetta chiamata “Elseworlds” dove i classici protagonisti della continuity classica vengono utilizzati in storie alternative, totalmente slegate dalle classiche avventure del personaggio e senza alcuna conseguenza nella linea temporale principale.
In questo contesto si colloca la storia di cui parleremo in questo post.

Kingdom Come (quasi letteralmente “Venga il tuo regno”) è una storia del 1996, scritta da Mark Waid coadiuvato dalle matite di Alex Ross.
Si tratta prettamente di un crossover (per i profani, una storia che coinvolge più protagonisti di diverse testate), anche se alcuni personaggi sono più approfonditi di altri.
In particolar modo la storia si concentra sul personaggio di Superman e sul suo retaggio.

Ora io credo che non ci sia bisogno di spiegare chi sia Superman, nato dall’intuizione geniale di due studenti (Jerry Siegel e Joe Schuster) il nostro mutandone preferito è il supereroe per antonomasia, sempre pronto ad aiutare i bisognosi, e praticamente indistruttibile.
Sia nel fisico che nella mente.
In questa storia ci viene presentato un Superman indistruttibile nel fisico, ma mentalmente fragile.

In un futuro non troppo lontano, i supereroi degli anni quaranta si sono ritirati, e hanno lasciato spazio ad una nuova generazione di eroi, scapestrati e più interessati alla guerriglia fratricida piuttosto che al rigore morale dei propri predecessori.

Wesley Dodds, un’esponente della vecchia generazione, meglio conosciuto come Sandman, muore assistito dal suo vecchio amico Norman McCain, un pastore protestante.
Ossessionato dalle strane visioni che tormentavano Dodds in vita, Norman riceve una visita dallo Spettro, che gli annuncia l’avvento dell’Apocalisse, e che gli offre il ruolo di giudice delle azioni degli uomini.

L’avvento di una crisi mondiale causata dalle scorrerie dei Metaumani causerà il ritorno di Superman, che fonderà una nuova Justice League of America  per cercare di inculcare nella testa di questi giovinastri i vecchi precetti dell’American Way.
La discesa in campo dell’Uomo del Domani porterà il mondo sulle soglie dell’autodistruzione, con conseguenti devastanti.

Kingdom Come è una storia di scelte e di responsabilità, che si basa appunto su una “trinità” di personaggi (da notare come anche lo stile pittorico di Ross porta ad una “delaicizzazione” del fumetto, come se stessimo guardando gli affreschi di una cappella piuttosto che un albo).

Da un lato abbiamo Superman che cerca una remissione dei propri peccati attraverso la “conversione” dei Metaumani, da un’altro il totalitarismo sommario ed estremamente puntiglioso di Batman che, stanco delle idee della Lega della Giustizia cerca un modo alternativo per proteggere gli uomini.

Fra i due si staglia la figura di Wonder Woman che, ormai rinnegata dalle Amazzoni e destituita dal ruolo di principessa ed ambasciatrice di pace, si troverà a seguire le idee della Justice League, pur credendo in ben altro…
In un epica lotta fra Dei e Uomini, il destino del mondo sarà deciso da un solo uomo.
Ma forse quello che il mondo ha bisogno, non è uno scontro fratricida…

Che dire in conclusione, visivamente stupefacente e d’impatto a livello narrativo questo piccolo romanzo a immagini vi farà riflettere e appassionare, sia che siate appassionati del Mutandone o dei neofiti del genere.

E con questo il post finisce qua….ci vediamo alla prossima!
Sperando di non ricadere nel baratro della mancanza di ispirazione! ahah 😀

 

Atlantide

Signori miei, si avvicina il Tempo degli Esami.

Il Tempo degli Esami è quel tempo che costringe gli Universitari di tutto il mondo (o almeno, quelli responsabili, o con genitori oppressivi, che poi è uguale) a ingrassare ventordici chili, studiare anche le copertine di improponibili tomi che spiegano i cinquantaquattro modi per smattare davanti ad una cattedra e corrodersi dall’ansia nella speranza che il Prof di turno non si sia svegliato con la Lunastorta, ma piuttosto col Felpato.

No, non faceva ridere. 

Tutta questa tiritera per dirvi che in questi giorni sarò abbastanza evanescente, visto che Termodinamica dell’Ingegneria Chimica non si finisce da sola, ed Ingegneria Ambientale purtroppo non si studia da se’.

Ma comunque! bentornati in questo simpatico luogo di parole al vento™

Questa settimana di nullafacenza bloggatoria (?) come sempre mi ha portato molto da pensare.

E una (almeno parziale) risposta alle mie domande me l’ha data Stephen King.

Ricordo bene come iniziai a leggere questo libro, lo presi ad una bancarella al mare e me lo lessi sotto l’ombrellone, così a scatola chiusa. (si perchè io al mare o mi annoio o leggo, o almeno quando ci andavo…ora son quasi quattro anni che non vedo spiaggia, non che abbia qualche rimpianto a riguardo.)

“Cuori in Atlantide”  è un antologia di cinque racconti tutti collegati tra loro.

I principali fili conduttori della narrazione sono due: uno è la presenza di personaggi comuni in fasi diverse della loro vita, ed un’altro, più sottile, è la solitudine.

King (ricordo ovviamente che il suo lavoro NON è solo lo scrittore) ci racconta la solitudine ai tempi del Vietnam, tra studenti, patriottismo, primi amori e le incertezze del futuro.

Stavo giusto pensando che dopotutto questa epoca attuale non è molto diversa da “L’epoca del Vietnam”.

Vi è una guerra ingiusta e guidata dalla cupidigia e dalla voglia di conquista dei potenti? SI e anche più di una.

Vi sono delle tensioni sociali forti a causa dei conflitti generazionali che si sono creati nel tempo? SI

Tutto sta andando a rotoli? Forse?

o si pure per questo?

Tutto questo per dirvi che dopotutto King non racconta una epoca passata e ormai superata, ma un qualcosa di reale, tangibile, attualissimo e pure estremamente illuminante a mio avviso.

Che cos’è la Solitudine?

La solitudine è un archetipo, una costruzione mentale.

E’ un immagine che noi (?) giovani ci creiamo per sfuggire ad un mondo di Vecchi, fatto per i Vecchi e a immagine e somiglianza di Vecchi.

Perchè forse è più facile rifugiarsi nella propria mesta condizione che cercare una soluzione tangibile al problema.

Ed è così che nasce l’ Atlantide Kinghiana, un luogo di elite, dove solo alcune persone (gli universitari del racconto) possono accedere, dominata dal gioco di carte Cuori, un luogo dove si può lasciare tutto alle spalle, dove si può lasciare perdere la pioggia incessante che intanto batte la’ fuori.

Ma siamo sicuri che poi stia piovendo là fuori?

E se fossero solo le nostre lacrime a darci l’illusione della pioggia?

Queste sono alcune delle infinite riflessioni che questo libro mi ha risvegliato, ma le mie dopotutto sono solo supposizioni, consiglio vivamente questo libro, anche per farsi una migliore opinione della nostra attuale condizione.

Vedere il Passato per Conoscere il Futuro.

Perchè alla fine tutto si ripete, fortunatamente, o forse tristemente.

L’Elogio alla Follia di Moore

Uddio Uddio Uddio cosa ho scoperto oggi!

Oggi il Mago di Northampton compie 59 anni!

Stiamo di parlando di Alan Moore ragazzi, mica spiccioli! uno dei più grandi (se non il più grande) autore di fumetti dell’era moderna!

Tanti Agrumi! 

E guarda caso, proprio forse inspirato dalle Potenti Occhiaie del Mago, mi sono deciso di dedicargli un articolo!

Alan Moore è l’Anticonformismo per eccellenza, sempre contrario allo strapotere delle major (oltre che alla loro continua voglia di trasposizione cinematografica delle stesse), ha sempre cercato di infondere messaggi politici nei propri lavori.

Durante la propria quarantennale carriera viviamo l’evoluzione dell’autore, dall’Anarchia volta all’Antithatcherismo di V Per Vendetta (l’arcinota storia di un uomo travestito da Guy Fawkes che cerca di rovesciare un ipotetico regime filofascista dispotico), all’esoterismo di From Hell (“la vera storia di Jack lo Squartatore” recitava il film ripudiato dal Mago con Johnny Depp), passando per il porno post-femminista di Lost Girls (una fantasia erotica sui personaggi delle fiabe) e il “catastrofismo necessario” di Watchmen, la sua opera ultima e sicuramente la più famosa.

Ma oggi non parleremo di questo, ci dispiace.

Fatevene una ragione. 

Parliamo di un Moore “costretto” ancora a lavorare nei canoni delle grandi serie della grande distribuzione, ma non per questo meno profondo.

Batman di tutti i personaggi del Pantheon fumettistico internazionale è forse quello che lascia più libertà di azione allo sceneggiatore.

Perchè nonostante sia un tizio vestito da pipistrello col mantello è pur sempre un detective con i controcosiddetti ecchecaspita, si può sempre scegliere di dare un approccio onirico o soprannaturale alle sue storie (come in Arkham Asylum  A Serious House on A Serious Earth di quel capoccia di Grant Morrison) oppure più noir e volto al thriller (come  The Long Halloween e Dark Victory di Jeph Loeb).

La cosa bella è che non annoia mai.

No, nemmeno così. 

Alan ha avuto molto poco a che fare con il Crociato col Mantello, ha scritto solo una storia d’importanza, una storia famosissima, che ha sconvolto la continuity del personaggio dalla fine degli anni 80′ fino ai giorni nostri, e alla quale i furbacchioni della DC si riferiscono spesso nelle storie del recente The New 52.

Stiamo parlando dello Scherzo che Uccide, ovviamente.

Batman:The Killing Joke viene pubblicata nel 1988, concepita da Moore e disegnata da Brian Bolland, e ci racconta una versione delle origini di Joker, l’arcinemico di Batman, quel simpatico tomo con il completino viola, la faccia da clown isterico e tutti quei gadget scherzosi che uccidono la gente.

A contorno delle proprie origini il Joker tenterà di dimostrare una personalissima teoria sulla sanità mentale, cercando di dimostrare che a volte basta un solo giorno, un unico e nefasto giorno per trasformare il più retto degli uomini in un pazzo omicida, e questo Scherzo (che uccide) riguarderà persone molto vicine al nostro Uomo Pipistrello.

Ma non è solo questo.

Moore sfrutta l’occasione per dare una interpretazione personalissima della Follia e dello strano rapporto che c’è fra il Cavaliere Oscuro e la sua peggior Nemesi.

Che cos’è la follia dopotutto?

E’ un qualcosa che nasce spontaneo, come Joker vorrebbe farci credere, o è un qualcosa che si annida nelle menti e aspetta di uscire quando il momento è propizio?

E’ forse un modo più nitido di vedere e vivere le cose, oppure un modo vigliacco di sfuggire alle avversità della Vita?

E Batman esisterebbe senza Joker? e il viceversa?

Che siano forse due facce della stessa medaglia?

Queste e altre millemila domande ci vengono lasciate in un volumetto di nemmeno un centinaio di pagine, alla faccia delle maxisaghe di sta’ cippa che durano imbanta pagine nelle quali “nulla sarà come prima” per poi azzerarmi la continuity meno di tre numeri regolari dopo.

Aaaah, erano altri tempi.

Questa è una lettura supermegaiper consigliata! non si può definirsi fan di Batman senza aver letto questa storia, e io lo consiglio anche ai non fan, perchè non importa quali siano i protagonisti di una storia, l’importante è che la storia sia meritevole di essere raccontata, e questo vale per qualunque cosa.

E….per i Bat-tards come me, un piccolo bonus, direttamente dal fumetto!

E noi ci vediamo al prossimo post, stay Joking! 😀

La Realtà nella Pietra

Rieccoci qua, pronti a sfruttare questi giorni di (sia lodato!) ponte per scrivere qualcosa su questa simpatica piattaforma di interessanti chiacchere perlopiù al vento.

Oggi tratteremo di pessimismo letterario, e musicale.

No non ho intenzione di tirare fuori Leopardi, per quanto potesse essere simpatico il buon Giacomo non è decisamente il mio tipo.

Parliamo di un suo contemporaneo, un grande autore di nazionalità francese che, al pari del Giacomo, ha fatto la storia della letteratura romantica nell’800′: sto parlando ovviamente di Victor Hugo.

La sua produzione letteraria è sconfinata e analizza un po’ tutti i generi del tempo, dalla poesia lirica alla satira politica passando per il romanzo, inutile dire che se dovessi stare a parlare di tutto questo avrei bisogno di un trapianto di polpastrelli dopo la stesura di questo articolo, oltre che di un trapianto di cervello.

Aigor è pronto per il trapianto, signore.

Ragion per cui oggi mi occuperò di un solo suo romanzo, un romanzo dicotomico, bello e brutto nello stesso tempo, dolce e amaro, incredibilmente conosciuto ma allo stesso tempo ignorato nella sua completezza, che ha ispirato generazioni e generazioni di cineautori per grandi e piccini.

Siamo nell’anno 1482, a dieci anni dalla fine del Medioevo, nella città di Parigi, già al tempo fiorente metropoli, le vie dell’urbe pullulano un po’ di tutto: clandestini, soldati, prelati, scienziati, ciarlatani, e chi più ne ha più ne metta.

Questo è il contesto in cui si muove il primo grande capolavoro di Hugo, “Notre Dame De Paris”.

Concepito durante la rivoluzione del 1830, e pubblicato solo dopo un anno di isolamento, Hugo dipinge un affresco cupo e orrendo di ciò che eravamo (che siamo oggi?) nel 1800, però  riferendosi al 1400, un po’ con lo stesso stratagemma che usò Manzoni nei Promessi Sposi.

Notre Dame De Paris è una classica storia romantica, c’è l’amore non corrisposto, gli intrighi, i colpi di scena, i personaggi pronti a tutto per raggiungere uno scopo e via dicendo.

Volendo fornire una sinossi del romanzo, esso racconta dell’amore che un gobbo sordo e storpio cresciuto in una cattedrale e il prete suo padre adottivo provano per una bella zingara che balla per le strade, il tutto mentre lei arde per un giovane e bel capitano delle guardie.

Ma non è solo questo.

Notre Dame, la cattedrale raffigurata nel romanzo è una grande gigantesca allegoria della tradizione.

La pietra è ciò che rimane immutato col passare dei secoli, un simbolo dei vari regimi tradizionalisti che, al cadere di Napoleone, si erano restaurati in tutta Europa.

E molti personaggi della narrazione seguono questo “stereotipo”, da Esmeralda la zingara, che continua a credere nel suo bel capitano Febo, al buon Quasimodo il gobbo, che rimane accecato da un po’ di Pietà fino a trasformarla in Amore.

E’ un romanzo fatto di personaggi complessi e variegati, sui quali si staglia sopra tutti Frollo l’Arcidiacono della cattedrale, custode della Tradizione e della Scienza, ma che non riesce a capire cosa sia l’Amore e del perchè esso lo stia consumando.

Ma all’inizio di questo articolo parlavamo di Pessimismo, infatti non c’è spazio al lieto fine, tutto si conclude nella maniera più tragica possibile, per alcuni fisicamente, altri psicologicamente, o entrambe le cose.

Forse non c’è molto spazio per la Tradizione, e così la pietra è costretta a crollare.

C’è solo spazio per l’Amore, quello vero, che non conosce età, distinzioni, sesso e soprattutto Volontà.

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo. Notarono che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole e una gamba più corta dell’altra. D’altronde non aveva alcuna vertebra cervicale rotta ed era evidente che non fosse stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto era quindi giunto lì, e lì era morto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, cadde in polvere.

Di questo romanzo si è scritto (e adattato) molto, da citare sono il Classico Disney (che nonostante i rimaneggiamenti riesce a rimanere abbastanza cupo nei toni della storia) e l’omonimo musical di Riccardo Cocciante, che riesce ad essere di una fedeltà impressionante al romanzo includendo musiche orecchiabili e molto belle senza essere per niente tedioso, una volta ancora la prova di quanto possa essere attuale il messaggio di Hugo anche ai tempi nostri.

E con un piccolo contributo ad entrambe le opere vi lascio…alla prossima!