Sia Fatta la Tua Volontà

Come avevo promesso, rieccoci qua.
Dato che il mio cosiddetto “blocco del lettore” (ma che poi esiste un termine del genere?) si sta manifestando abbastanza copiosamente nell’ultimo periodo, mi sto sempre più dedicando al panorama supereroistico americano, in una deriva fumettistica che sembra non conoscere limiti.

Si sa la cultura pop ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Che poi si riacchiudono entrambi nella definizione.

Essere pop può rappresentare un’arma a doppio taglio.
Infatti se con un mezzo di questo tipo si riesce a raggiungere una grandissima fetta di POPolazione, allo stesso tempo tale POPolazione risulta essere troppo grulla per poter vedere aldilà del supereroe con i mutandoni sopra i pantalùn.

Opinionando (?) abbastanza spudoratamente, fra le due regine del fumetto americano ho sempre preferito la DC comics alla Marvel.
Non perchè voglia fare l’alternativo o perchè la Marvel faccia schifo, io sono cresciuto prettamente con l’amichevole Uomo Ragno di quartiere sia chiaro, è solo che mi piacciono di più i personaggi DC.
Specialmente Batman, lui si che è un figo.

Parleremo anche lui in questo post.
Ma diamo al tempo quello che il tempo richiede.
La DC presenta, nella sua linea editoriale (o meglio dire presentava, dato il recente Nuovo 52, che ha azzerato la maggior parte delle testate più famose e gettato nel cestino quelle meno famose) un’etichetta chiamata “Elseworlds” dove i classici protagonisti della continuity classica vengono utilizzati in storie alternative, totalmente slegate dalle classiche avventure del personaggio e senza alcuna conseguenza nella linea temporale principale.
In questo contesto si colloca la storia di cui parleremo in questo post.

Kingdom Come (quasi letteralmente “Venga il tuo regno”) è una storia del 1996, scritta da Mark Waid coadiuvato dalle matite di Alex Ross.
Si tratta prettamente di un crossover (per i profani, una storia che coinvolge più protagonisti di diverse testate), anche se alcuni personaggi sono più approfonditi di altri.
In particolar modo la storia si concentra sul personaggio di Superman e sul suo retaggio.

Ora io credo che non ci sia bisogno di spiegare chi sia Superman, nato dall’intuizione geniale di due studenti (Jerry Siegel e Joe Schuster) il nostro mutandone preferito è il supereroe per antonomasia, sempre pronto ad aiutare i bisognosi, e praticamente indistruttibile.
Sia nel fisico che nella mente.
In questa storia ci viene presentato un Superman indistruttibile nel fisico, ma mentalmente fragile.

In un futuro non troppo lontano, i supereroi degli anni quaranta si sono ritirati, e hanno lasciato spazio ad una nuova generazione di eroi, scapestrati e più interessati alla guerriglia fratricida piuttosto che al rigore morale dei propri predecessori.

Wesley Dodds, un’esponente della vecchia generazione, meglio conosciuto come Sandman, muore assistito dal suo vecchio amico Norman McCain, un pastore protestante.
Ossessionato dalle strane visioni che tormentavano Dodds in vita, Norman riceve una visita dallo Spettro, che gli annuncia l’avvento dell’Apocalisse, e che gli offre il ruolo di giudice delle azioni degli uomini.

L’avvento di una crisi mondiale causata dalle scorrerie dei Metaumani causerà il ritorno di Superman, che fonderà una nuova Justice League of America  per cercare di inculcare nella testa di questi giovinastri i vecchi precetti dell’American Way.
La discesa in campo dell’Uomo del Domani porterà il mondo sulle soglie dell’autodistruzione, con conseguenti devastanti.

Kingdom Come è una storia di scelte e di responsabilità, che si basa appunto su una “trinità” di personaggi (da notare come anche lo stile pittorico di Ross porta ad una “delaicizzazione” del fumetto, come se stessimo guardando gli affreschi di una cappella piuttosto che un albo).

Da un lato abbiamo Superman che cerca una remissione dei propri peccati attraverso la “conversione” dei Metaumani, da un’altro il totalitarismo sommario ed estremamente puntiglioso di Batman che, stanco delle idee della Lega della Giustizia cerca un modo alternativo per proteggere gli uomini.

Fra i due si staglia la figura di Wonder Woman che, ormai rinnegata dalle Amazzoni e destituita dal ruolo di principessa ed ambasciatrice di pace, si troverà a seguire le idee della Justice League, pur credendo in ben altro…
In un epica lotta fra Dei e Uomini, il destino del mondo sarà deciso da un solo uomo.
Ma forse quello che il mondo ha bisogno, non è uno scontro fratricida…

Che dire in conclusione, visivamente stupefacente e d’impatto a livello narrativo questo piccolo romanzo a immagini vi farà riflettere e appassionare, sia che siate appassionati del Mutandone o dei neofiti del genere.

E con questo il post finisce qua….ci vediamo alla prossima!
Sperando di non ricadere nel baratro della mancanza di ispirazione! ahah 😀

 

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La mia seconda venuta…e si spera pure l’ultima!


Ragazzuoli….sono finalmente tornato! 😀
Con questo veloce post volevo solo scusarmi per questi infiniti mesi di assenza che i miei affezionati fan (?) avranno sicuramente passato strappandosi i capelli, inveendo contro nuove divinità create appositamente per l’occasione e altre amenità varie.

Il tempo degli esami è finito, si ricomincia con il tran-tran delle lezioni, che mi permette finalmente di riprendere mano al caro vecchio angolo.

Lo Spigolo tornerà a breve, con nuove parole pronte da dare in pasto al buon vento!
E giusto per finire in bellezza…un piccolo spoiler sul prossimo post:

“Ma guarda quel Superman con la pancetta, con le mutande sopra i pantaloni fa più ridere del solito!”

E questo è tutto gente! buon sabato e…..scusate ancora!
Stay tuned! 😀

 

Un ritorno…impagliato.

Pensavate che me ne fossi andato, scomparso, kaputt, vanished forever and ever?
Beh mi dispiace per voi! ahahaha

In realtà ho passato un periodo un po’ del cavolo, fra mangiate natalizie, paranoie epocali, esami, malesseri diffusi e controindicazioni varie…
Ma finalmente ho ritrovato la voglia di scrivere sul caro vecchio Spigolo.

Ed è già qualcosa.
In genere quando mollo qualcosa non la riprendo più.

Comunque!
Visto le succitate condizioni disastrate in cui mi sono trovato negli ultimi tempi, oggi non parlerò di libri, visto che ho una pila da leggere che mi aspetta da un bel po’ ormai, ma piuttosto di cinema, condito con un pizzico di attualità.

Il film di cui parlerò (molto) a breve è tratto, come consuetudine, da un libro.
Un libro che lo stesso regista avrebbe definito, se fosse stato napoletano, ” ‘na munnezz”
Ma non l’ho letto, e dunque non posso dare giudizi.
Per ora almeno.

Parliamo di Sam Peckinpah e di una delle sue opere più controverse, ovvero Cane di Paglia (in originale Straw Dogs, datato 1971) con un Dustin Hoffman non ancora con la testa imbiancata.

Il Cielo e la Terra non usano carità,
tengono le diecimila creature per cani di paglia.
Il santo non usa carità,
tiene i cento cognomi per cane di paglia

David (Dustin Hoffman) è un matematico brillante che decide di trasferirsi in Inghilterra nel paese natio della moglie Amy, precisamente in Cornovaglia, per poter svolgere in pace e serenità un lavoro di ricerca molto importante che gli è stato assegnato in seguito ad una borsa di studio.

Sbeffeggiato dai cittadini del paesello e con una moglie che dubita delle sue capacità, David si ritroverà in una situazione da guerriglia urbana, dove per proteggere un malato mentale accusato di omicidio si troverà a fermare gli assalti dei locali alla sua casa, in un’ orgia di sangue e violenza senza fine.

Questo film si apre a molte e diverse interpretazioni.
Innanzitutto al momento dell’uscita fu considerato un film fascista, misogino e violento, tagliato all’inverosimile (censurata la scena dello stupro alla moglie di David) e completamente stravolto nel suo significato.

Utilizzando modelli prettamente “Western” Peckinpah metti in scena una storia di vita, nuda e cruda.

David è un Cane di Paglia, non reagisce ai paesani che lo sbeffeggiano, non reagisce ai comportamenti della moglie, che ci prova con gli stessi, non reagisce a niente, se non al suo lavoro.

Eppure, quando un sempliciotto si nasconde in casa sua per sfuggire al linciaggio, ecco che qualcosa nel suo inconscio scatta, e tutta la violenza repressa dal suo essere esce fuori, e lo porta alla carneficina.

Il cane di paglia si incendia.

Ma esistono cani di paglia?
Peckinpah sembra dirci di no, nessuno accetta passivamente la propria sorte, ognuno di noi ha una parte oscura che viene liberata, un istinto di autodifesa.

Ci mette a nudo, nessuno è meglio di qualcuno.

Chi è il cattivo in questo film?
David, che non protegge la moglie dalla violenza e accetta passivamente tutti i soprusi, salvo poi trucidare chiunque si trovi a tiro?
O Amy, che desidera un uomo più forte del marito, e che alla fine sembra quasi parteggiare per i propri violentatori?
Oppure i paesani, che fanno della legge del taglione la loro unica guida?
Non credo che si possa rispondere a tale domande.

Forse i veri cattivi siamo noi, che stiamo a fare della dialettica e tendiamo a giustificare la violenza, quando la violenza è sempre sbagliata.
Non sembra esistere la pace tra le persone di questo mondo, ci dice il regista, ne’ comunicazione: solo egoismo, e voglia di prevalere sul debole.

Una visione pessimistica, ma come dar lui torto dopotutto.
Se ne sentono anche troppe, negli anni 70′ come oggi.

PKNA:Paperinik New Adventures

Di giorno questa è la mia città. Di notte questa città è mia

Da quanto tempo non parlavo della Nostalgia Canaglia!

La verità, signori miei, è che mi ero quasi scordato dell’esistenza di questa rubrica!

E uno di voi potrà obiettare dicendo quale sia l’utilità di avere una rubrica dove non si posta mai.

E potrei anche dargli ragione, per stavolta.

Ma dopotutto siamo al mondo per rimediare ai nostri errori…ed eccoci dunque ad una nuova puntata di quella gran canaglia che può essere la nostalgia per qualcosa o (ma soprattutto) per qualcuno!

 

Salvato in calcio d’angolo (forse?) 

Correva l’anno domini 1996, e tanti di noi ciuovani super-tecnologici al tempo eravamo solo dei bambini, con una gran voglia di imparare e una fiducia nel mondo quasi incondizionata.

E uno potrebbe chiedersi anche che cosa faceva un bambino nell’anno domini 1996, quando il computer (e soprattutto internet) andava a manovella, le playstation non erano così diffuse e i genitori permissivi latitavano, a differenza della battipannate, quelle c’erano e eccome.

Non so voi, ma io, oltre al sano e quasi in disuso gioco coi pupazzetti,  mi dilettavo nella lettura di Topolino e affini.

I fumetti di Walt Disney Italia sono oramai un’istituzione, il primo numero di Topolino libretto (l’attuale Topolino)  risale al 1949, al prezzo di ben 60 lire.

Cavoli, solo a dirlo ci si sente vecchi.

Si dice che le passioni nascono prettamente nell’infanzia.

Quindi suppongo che se sono un appassionato di fumetti lo devo anche a Topolino, alle sue storie, e a quel modo tutto forbito di sceneggiare le vignette, con tutte quelle parole strane e poco usate nel vocabolario medio di un italiano (medio anch’esso, ma questa è un’altra storia.)

Ma Topolino non è sempre e solo bambini e tanta allegria, con l’allargarsi della propria industria la Walt Disney Italia ha dato origini a diverse testate, con target e formati ben diversi dall’originale libretto.

C’è una particolare testata, che nel 1996 ha aperto i battenti, e che ha segnato il cuore non solo di me, ma anche di chi nel 96′ era un po’ più grandicello del sottoscritto.

Paperinik New Adventures  (per gli amici PKNA) è stata la prima testata con protagonista Paperinik,  il primo e storico alter-ego di Paperino.

Paperinik nasce dalla penna di Giovan Battista Carpi su sceneggiatura di Guido Martina nel 69′, come una sorta di parodia disneyana di Diabolik, altro famoso fumetto italiano.

Venuto in possesso, per errore, di Villa Rosa, Paperino scopre all’interno di essa il quartier generale del ladro gentiluomo Fantomius, ispirato dal diario delle sue gesta decide di rispolverare il suo armamentario e di dare vita a Paperinik, la prima di una serie di identità segrete, nonchè la più famosa.

Un Batman atipico, molto più sfigato e sinceramente più simpatico. 

PKNA rielabora il personaggio e lo inserisce in un contesto tutto nuovo, fuori dai classici paradigmi “per bambini” della Disney, fantascientifico e pieno di colpi di scena, una roba ultra-figa insomma.

Zio Paperone acquista a poco prezzo la Ducklair Tower, un enorme grattacielo di 150 piani, di proprietà del magnate e inventore Everett Ducklair, misteriosamente scomparso in circostanze mai ben chiarite, e decide di assumere il suo nipote più bistrattato come guardiano notturno.

Ben presto Paperino si accorge dell’esistenza di un 151esimo piano, e decide di indagare sotto le spoglie di Paperinik.

La scoperta di un supercomputer senziente, Uno, e di una imminente minaccia Aliena getteranno il nostro papero nella mischia, fra cacciatori di taglie intergalattici, paperi cyborg e chi più ne ha ne metta.

La bellezza di questa serie stava tutta nel suo modo di trattare gli argomenti: non in maniera infantile, ma in maniera simpatica, coinvolgente e senza mai prendersi troppo sul serio; con degli album coloratissimi e pieni di extra e “spin-off” divertenti (come le esilaranti strisce sugli Evroniani, gli alieni di cui sopra), e caratterizzati da un montaggio “dinamico” della tavola, con vignette sproporzionate, che assumono diverse dimensioni a seconda della necessità dell’autore.

Una vera e propria chicca da riscoprire per gli appassionati, che ancora oggi si fanno chiamare Pkers , e i profani.

Esistono due seguiti a PKNA, PK^2 e Pikappa, il primo vuole essere un seguito canonico alla saga, mentre l’altro rappresenta una sorta di reboot “alla Ultimate” del personaggio, pieno di spiegoni e cavolate infervora-fan.

Quindi che dire…imbracciate il vostro Extransformer e gettatevi nell’avventura!

Maggrazieh!

Questo simpatico luogo di parole al libeccio riceve il secondo premio della sua giovane vita!

A decretare la favolosità (?) spigolosa dello spigolo ci ha pensato il buon firesidechats21, che viene ringraziato e riverito da tutto lo staff ridente e ciarlante! 😀

Una polaroid veloce veloce dello staff!

Ma bando alle ciance (al vento) e veniamo al sodo, il premio è costituito di poche e semplici fasi:

1) Includere il logo premio in un post o nel tuo blog
2) rispondere a 10 domande su te stesso/a
3) Nominare 10-12 altri blogger favolosi
4) Far sapere ai tuoi candidati che li hai nominati
5) Citare la persona che ti ha nominato

Allora il punto 1 e 5 mo’ son fatti, ora passiamo ai restanti 3!

Le domande:

1. Qual è il tuo colore preferito? Blallo! (cioè volevo dire verde!)
2. Qual è il tuo animale preferito? Sono un gattaro convinto, tristemente.
3. Qual è il tuo numero preferito? 7, il numero della sapienza, e di tante altre cose fighe.
4. Qual è il tuo drink preferito non alcolico? la maggior parte del tempo vado ad acqua, sorry!
5. Preferisci FB o Twitter? esistono altre cose molto più interessanti…tipo giocare a mosca cieca sulla A12… 😀
6. Quali sono la tue passioni? Che domande! Libri! ma anche Sport, Arte, Cinema, Scienza, Filosofia…vado un po’ dove mi porta l’ispirazione diciamo, a seconda dei periodi.
7. Preferisci ricevere o fare regali? credo che non ci sia migliore regalo ricevuto del
sorriso di qualcuno a cui vuoi bene, quindi prettamente preferisco farli. Anche perchè i regali mi imbarazzano!
8. Qual è il tuo modello preferito? wut? ahahahah niente modelli!
9. Qual è il tuo giorno preferito della settimana? Mercoledí, che rispecchia la mia passione per la “via di mezzo”
10. Qual è il tuo fiore preferito? Ho una certa infatuazione per le proprietà cardiopatiche della digitale e del mughetto, ma adoro quella che i giapponesi definiscono come Nejibana, orchidea del genere Spiranthes, che mi ricorda tanto una ragazza a cui ho voluto bene, un tempo.

I miei favolosi blogger invece sono:

Simona Scarioni
fuoridiquinessunosa
Diario di una sBronza consapevole.
Assenzia
Das Zauberbuch
Ogni riccio un capriccio?
eklektike
leggerlib(e)ri
meunexpected

Che poi sono praticamente la maggior parte dei blog che seguo! ahahah

Detto questo, il post finisce qui! grazie infinite a chi segue questo blog e a chi, come firesidechats, lo premia! siete fantastici!
Buona domenica! 😀

Double Feature

https://i2.wp.com/i138.photobucket.com/albums/q249/anaqimut/Ringu.jpg

Si torna a parlare di cinema’!

Sì effettivamente mi rendo conto di essere un po’ palloso, e che magari posso sembrare monotono e monocorda, visto che parlo sempre delle solite cose.

Il problema è che odio il popolare.

O il popolo in generale, che poi a certi livelli è pure uguale.

E mi affascina la degenerazione mentale.

Perchè per quanto l’uomo insegua l’ordine, la perfezione e la quadratura del cerchio, esso è destinato ad una lenta discesa nel caos.

Entropia pura.

La vita è una sorta di lotta contro di essa, ma tu scalpiti, scalci, ti ribelli in tutti i modi, ma non c’è via di scampo: sei destinato a soccombere.

Ma la vita è anche una grande lotta contro la solitudine, quella condizione che hai quando nasci…ma che hai anche quando muori.

E nonostante la sua natura prettamente Pop come genere, l’Horror se messo nelle mani giuste riesce ad essere estremamente vivo, attuale, mai scontato, racconta di come siamo e come saremo, riesce a collegarsi alla nostra natura ancestrale.

Perchè dopotutto cosa c’è di più ancestrale della Paura?

Comunque, come anticipato nel titolo, oggi parleremo appunto di una Double Feature.

Che cos’è una Double Feature?

Una double feature consisteva in due film, spesso collegati tra loro (anche solo dal genere), che potevano essere visionati al prezzo di uno, in dei locali squallidi e tanto cari al cinema tarantiniano.

Un esempio di Double Feature moderna è costituita appunto dal progetto Grindhouse (che i capoccia italiani hanno suddiviso in due film, snaturandone completamente il concetto originale, ammirevole.) di Tarantino e Robert Rodriguez, composto appunto da due film appositamente girati nello stile caciarone e approssimativo tipico della serie B anni 70′ (A Prova di Morte e Planet Terror), raccordati tra loro da dei fake trailers, giusto per aumentare la “sensazione di Drive-in” del progetto.

Ma oggi non parleremo di questo, infatti da Mamma America ci spostiamo in Asia, nella patria del Sol Levante.

L’horror giapponese, o J-Horror che dir si voglia, ha avuto un grande successo qua da noi in tempi nemmeno troppo lontani, generando un fenomeno che ha saturato il mercato cinematografico con millemila e più cloni/imitazioni/lavori originali/”omaggi” in pochi anni.

L’horror orientale ha radici profondamente allocate nel substrato culturale giapponese: a differenza dell’horror “nostrano” che poggia più su situazioni di degrado sociale più o meno violente (ad esempio lo Slasher Movie, genere proprio nato in casa nostra fra le varie), o personaggi e situazioni si sovrannaturali, ma comunque radicate nel contesto sociale occidentale; il J-Horror si basa su poche semplici regole e situazioni, prettamente legate al folklore nazionale e alla religione shintoista.

E dopo questa lunga (e pallosa) introduzione andiamo finalmente ad analizzare questi due film.

Ring (Ringu) di Hideo Nakata è stato un po’ l’apripista del genere in Europa, uscito nel lontano 1998, ha generato due seguiti (Spiral e Ringu 2) un prequel (Ringu 0) e due remake americani (The Ring 1 e 2)

Una giornalista indaga sulla morte della nipote e di altri suoi amici, tutti misteriosamente deceduti nella stessa notte e ad una settimana esatta dalla visione di una strana e surreale videocassetta.

Il resto della storia galleggia un po’ tra realtà, sogno, zelo americano e tanto passaparola.

Le cose interessanti di questo film sono molte.

Innanzitutto Nakata rimaneggia un po’ il soggetto originale di Suzuki: la saga di Ring cartacea narra di Sadako Yamamura, un’ermafrodita affetta da Sindrome di Morris dotata di potere esp, che morendo di vaiolo in un sanatorio lascia una maledizione (simile al vaiolo appunto) che si propaga attraverso la videocassetta.

Un lettore medio di Ring

Evidentemente Nakata aveva letto i libri, e quindi decide di rielaborare Sadako, trasformandola in una figura folkloristica giapponese molto comune: un Onryō, lo spettro di una persona morta di morte violenta che rimane su questa terra per vendicarsi di qualunque persona gli capiti a tiro.

La narrazione è piuttosto lineare e non vi sono molti momenti di paura, e nemmeno un effetto splatter, il film si regge sull’atmosfera di disagio che trasmette e sulla grande metafora che permea tutto il girato: ovvero l’ineluttabilità della solitudine.

Ciascun personaggio vive in un proprio mondo, e ogni mondo è separato dagli altri, c’è la paura del Diverso in una grande allegoria del Giappone del tempo: patria di tecnologie ma anche patria di grandi tradizioni, spesso in contrasto col progresso.

La piccola Sadako è un po’ il riassunto di quanto detto, da sempre osteggiata perchè figlia di una sensitiva, è un’anima sola che vive solo di rabbia, una rabbia che viene alimentata dalla maledizione della cassetta, e che non può generare altro che rabbia.

Sadako ha visto cosa c’è aldilà della Morte, aldilà di tutte le convenzioni moderne, aldilà del falso perbenismo del mondo, ed è per questo che il suo sguardo non riesce più ad amare, ma uccide e atterrisce chiunque osi guardarla anche solo di sfuggita.

Non so voi, ma a me questo fotogramma fa più paura di tutto il “The Ring” americano.

Il secondo film che andiamo a vedere è sempre tratto da un libro (o meglio, racconto) di Koji Suzuki, e la regia è sempre di Hideo Nakata, parliamo di Dark Water (Honogurai Mizu No Sokokara) datato 2002, e che riprende un po’ i temi lasciati in sospeso (più o meno volutamente) in Ring.

Una madre con un passato di problemi psichici e un infanzia infelice alle spalle decide di trasferirsi con la figlia in uno squallido palazzo di periferia.

Qua la famigliola entrerà in contatto con lo spettro di una bambina morta due anni prima, che sembra volere qualcosa da loro.

Definire questo film horror è un po’ riduttivo, Dark Water è una tragedia a tinte forti: una tragedia di un Paese, oltre che una tragedia di persone.

Il fantasma della piccola Mitsuko è una vittima: rimasta orfana e continuamente sballottata e lasciata al proprio destino dal padre, muore a causa della negligenza del personale del grattacielo nella quale si trovano i protagonisti.

E’ stato un destino triste il suo, ma è lo stesso destino che la protagonista avrebbe potuto subire durante la sua infanzia.

E’ il destino dei bambini, che non vengono ascoltati, vengono osteggiati, lasciati soli da chi dovrebbe prendersi cura di loro: ovvero i genitori, troppo impegnati nelle loro faccende per potersi curare delle loro piccole creature.

E’ il destino di un Giappone che vive di omertà e falsa obbedienza, alla continua ricerca del moderno e in continua evoluzione.

E’ il destino di chi si sente solo, e che non riesce a prendere ciò che vuole, se non con la forza.

L’acqua redime i peccatori e fortifica i giusti: il regista sembra dirci (in una citazione dallo Shining di Kubrick) che forse abbiamo un unico modo per redimerci: lavare i nostri peccati, lasciare perdere ciò che essere e ciò che sarà e vivere per il presente, e sacrificarsi per il bene di un mondo migliore.

Io alla fine non ce l’ho fatta e ho pianto…è una storia paurosissima, ma allo stesso tempo tristissima e commovente, un vero e proprio viaggio nel sentimento.

Esiste un remake anche di questo, con Jennifer Connelly, ma sinceramente non l’ho mai visto, e mi sa che difficilmente mi ci avvicinerò, visto la bellezza e la poetica dell’originale.

Che dire siuri,questo chilometrico post finisce qui, lo Staff (cioè me!) vi augura una buona serata, ci vediamo al prossimo post!

Sperando di tornare a parlare di libri.

Anche perchè rimanga tra noi, ma sarebbe quello lo scopo intrinseco! ahah!

Atlantide

Signori miei, si avvicina il Tempo degli Esami.

Il Tempo degli Esami è quel tempo che costringe gli Universitari di tutto il mondo (o almeno, quelli responsabili, o con genitori oppressivi, che poi è uguale) a ingrassare ventordici chili, studiare anche le copertine di improponibili tomi che spiegano i cinquantaquattro modi per smattare davanti ad una cattedra e corrodersi dall’ansia nella speranza che il Prof di turno non si sia svegliato con la Lunastorta, ma piuttosto col Felpato.

No, non faceva ridere. 

Tutta questa tiritera per dirvi che in questi giorni sarò abbastanza evanescente, visto che Termodinamica dell’Ingegneria Chimica non si finisce da sola, ed Ingegneria Ambientale purtroppo non si studia da se’.

Ma comunque! bentornati in questo simpatico luogo di parole al vento™

Questa settimana di nullafacenza bloggatoria (?) come sempre mi ha portato molto da pensare.

E una (almeno parziale) risposta alle mie domande me l’ha data Stephen King.

Ricordo bene come iniziai a leggere questo libro, lo presi ad una bancarella al mare e me lo lessi sotto l’ombrellone, così a scatola chiusa. (si perchè io al mare o mi annoio o leggo, o almeno quando ci andavo…ora son quasi quattro anni che non vedo spiaggia, non che abbia qualche rimpianto a riguardo.)

“Cuori in Atlantide”  è un antologia di cinque racconti tutti collegati tra loro.

I principali fili conduttori della narrazione sono due: uno è la presenza di personaggi comuni in fasi diverse della loro vita, ed un’altro, più sottile, è la solitudine.

King (ricordo ovviamente che il suo lavoro NON è solo lo scrittore) ci racconta la solitudine ai tempi del Vietnam, tra studenti, patriottismo, primi amori e le incertezze del futuro.

Stavo giusto pensando che dopotutto questa epoca attuale non è molto diversa da “L’epoca del Vietnam”.

Vi è una guerra ingiusta e guidata dalla cupidigia e dalla voglia di conquista dei potenti? SI e anche più di una.

Vi sono delle tensioni sociali forti a causa dei conflitti generazionali che si sono creati nel tempo? SI

Tutto sta andando a rotoli? Forse?

o si pure per questo?

Tutto questo per dirvi che dopotutto King non racconta una epoca passata e ormai superata, ma un qualcosa di reale, tangibile, attualissimo e pure estremamente illuminante a mio avviso.

Che cos’è la Solitudine?

La solitudine è un archetipo, una costruzione mentale.

E’ un immagine che noi (?) giovani ci creiamo per sfuggire ad un mondo di Vecchi, fatto per i Vecchi e a immagine e somiglianza di Vecchi.

Perchè forse è più facile rifugiarsi nella propria mesta condizione che cercare una soluzione tangibile al problema.

Ed è così che nasce l’ Atlantide Kinghiana, un luogo di elite, dove solo alcune persone (gli universitari del racconto) possono accedere, dominata dal gioco di carte Cuori, un luogo dove si può lasciare tutto alle spalle, dove si può lasciare perdere la pioggia incessante che intanto batte la’ fuori.

Ma siamo sicuri che poi stia piovendo là fuori?

E se fossero solo le nostre lacrime a darci l’illusione della pioggia?

Queste sono alcune delle infinite riflessioni che questo libro mi ha risvegliato, ma le mie dopotutto sono solo supposizioni, consiglio vivamente questo libro, anche per farsi una migliore opinione della nostra attuale condizione.

Vedere il Passato per Conoscere il Futuro.

Perchè alla fine tutto si ripete, fortunatamente, o forse tristemente.