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Vermeer e la perla

Premessa: odio le storie d’amore strappalacrime.

Non per fare il Bastian Contrario, ma in genere mi immedesimo nei personaggi e poi mi viene una tristezza addosso che la metà basta, specialmente se finisce male.

Inoltre i libri che parlano di questi argomenti spesso sono scritti in maniera approssimativa e noiosa, sembra quasi che l’argomento ultrainflazionato giustifichi tale sciatteria.

Cavolo come è bello contraddirsi e trovare l’eccezione.

Il romanzo di cui vado a parlare in questa domenica preuniversitaria è stato scritto nel 2001 dalla scrittrice Tracy Chevalier, da cui è stato tratto pure un film con Scarlett Johansson e Ralph Fiennes: sto parlando ovviamente de La Ragazza con l’Orecchino di Perla.

Nella Olanda del 600′, la figlia sedicenne di un decoratore di piastrelle cieco sta tagliando le verdure disponendole per colore man mano che le affetta, nell’altra stanza si sentono voci che ricordano “immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce”
La loro identità ci viene rivelata di li’ a poco: sono il pittore Jan Vermeer e sua moglie Caterina, che decidono, con l’autorizzazione del padre, di prendere in casa la giovane Griet come serva, con la mansione specifica, fra le altre cose, di pulire l’atelier del pittore.

La figura di Vermeer anche nella realtà storica è piuttosto fumosa e sfuggente, si sa molto poco della sua vita, famosissimo al suo tempo, ha subito diversi secoli di oblio, fino alla riscoperta nella fine dell’ 800′.

Una caratteristica della sua pittura è la ricerca quasi scientifica della tonalità di colore (che amava disporre a piccoli puntini ravvicinati), che lo portava a considerare il soggetto solo un pretesto per la ricerca, le pitture di Vermeer sono appunto definite come “Nature morte con uomini” 

Arrivati a casa Vermeer, nel quartiere dei Papisti, veniamo a conoscenza dei caratteri della famiglia: i figli piccoli sono capricciosi, c’è la nonna saggia, una serva energica e invidiosa della nuova arrivata, una moglie che non si sente amata dal marito e la figura del pittore.

Vermeer quando non è nel suo atelier (a cui vieta persino alla moglie di entrare) è svampito, assente, per lui esiste solo l’Arte, la sua Arte, creata per il semplice gusto di farla.

Vermeer vede nella giovane Griet una espressione dell’Arte stessa, e decide piano piano di introdurla nel suo mondo, che nel culmine delle vicende la porterà a posare per il suo quadro più famoso, che noi tutti conosciamo.

Appunto. 

Non è facile lavorare col romanzo storico: la Chevalier ci riesce piuttosto bene, ricostruisce  una Delft del 600′ realistica e verosimile, con le sue sfumature e la sua lotta intestina tra Cattolici e Protestanti.

Intorno alla città pulsante e trasformista ruotano i pensieri di Griet (la narrazione è in prima persona), il rimpianto per aver abbandonato i genitori, lo sconforto per le difficili condizioni a casa Vermeer, l’amore per il pittore Jan non corrisposto.

Insomma, tutto ruota intorno ad un amore impossibile, l’autrice ti solletica la fantasia, ti illude, tu sei quasi sulla via di credere che forse il miracolo accadrà….

e invece, così come l’adolescenza di Griet passa tra le pagine, anche il sogno si infrange, e forse è proprio così come deve essere, lascia intendere l’autrice fra le righe.

Lettura al solito consigliata (l’ho letto in due giorni di far niente!), il film non so come sia sinceramente, mi ero ripromesso di guardarlo ma, ormai dovreste averlo capito, sono refrattario alle storie d’amore, poi mi viene da piangere!

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