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L’antologia di De Andrè

Bentornati nella nostra rubrica che mischia le parole con la musica!

(detta così fa poco effetto, devo trovare un’introduzione migliore, che diamine, sono sempre stato un pessimo imbonitore…)

Ma comunque! anche nel post di oggi parleremo di un autore italiano, come qualcuno avrà capito dal titolo!

De Andrè, si sa, non si ama mai troppo poco.

In mezzo ad una miriade di pseudo cantautori italiani che mettono nelle canzoni amore amore amore e ancora amore (“si lavora e si fatica per la legge dell’ortica!” dice il buon Capa) De Andrè ha saputo sempre essere poeta di emozioni: gioia, paura, rabbia, malinconia, ed è riduttivo anche solo tentare una classificazione del genere verso un artista così.

Credo che pochi possono essere alla sua altezza, il suo stile rimane unico e inconfondibile.

All’età di 18 anni De Andrè lesse una raccolta di poesie scritte dall’americano Edgar Lee Masters, la cosiddetta Antologia di Spoon River.

Masters nel suo libro immagina una cittadina sperduta nella provincia americana, un po’ da telefilm, e ci propone un ipotetico viaggio alla scoperta dei suoi abitanti, viaggio effettuato esplorando il cimitero di Spoon River.

Ogni poesia dell’antologia rappresenta un particolare abitante del villaggio, e attraverso un epitaffio, ci viene raccontata la sua psicologia, le sue motivazioni  e le cause della sua morte.

De Andrè leggendo il libro si ritrovò in parecchi personaggi, e così decise, nel 1971, di dedicargli un concept album (ovvero un disco dove le canzoni seguono un unico filo conduttore) che intitolò Non al denaro, non all’amore né al cielo.

Il disco si divide in 9 canzoni, ciascuna ispirata ad una poesia dell’antologia.

Dopo un’ incipit (che è lo stesso dell’antologia) intitolato La Collina ci vengono presentati diversi personaggi, tutti malinconici e incompresi, dei veri e propri casi umani.

Abbiamo il nano che per vendicarsi delle angherie subite decide di diventare un giudice, riscattandosi della sua infelicità attraverso l’infelicità degli altri (Un Giudice), 

un pover’uomo che non riesce ad esprimersi col linguaggio e per dimostrare di non essere uno scemo decide di imparare l’enciclopedia Treccani a memoria (Un Matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)),

un ateo bestemmiatore considerato sovversivo (Un Blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)), 

un cardiopatico che non ha mai goduto della vita o dell’amore (Un Malato di Cuore), 

un dottore che si impegna ad aiutare i poveri (Un Medico), 

un chimico che non riesce a capire che cosa sia l’amore e del perchè innamorarsi (Un Chimico), 

un ottico che crea mondi artificiali per sfuggire alla realtà (Un Ottico), 

e infine un suonatore, che non riuscirà a sopravvivere perchè troppo legato (e troppo legati gli altri al pregiudizio per poterlo aiutare) alla sua vita da artista di strada (Il Suonatore Jones).

Tutte le tracce meritano un ascolto approfondito ed accurato, magari col libro accanto pronto alla consultazione.

Per quanto mi riguarda quelle che preferisco di più è la canzone del Chimico, un po’ mi ritrovo nella sua descrizione (sono un chimico anche io dopotutto ahah), siamo capaci di carpire i misteri degli elementi ma non di capire il perchè di ciò che unisce due persone.

Eppure, come dice Goethe, non c’è molta differenza.

Fui chimico e, no, non mi volli sposare.
Non sapevo con chi e chi avrei generato:
Son morto in un esperimento sbagliato
proprio come gli idioti che muoion d’amore.
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore

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