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Electric Wizard

prisoner in a fake world

Dopo il gran ciarlare dell’ultimo post ricominciamo con il solito tran tran di una pubblicazione ogni congiunzione astrale favorevole.
Che cos’è la realtà signori miei?
Molti se lo chiedono, altrettanti rimangono senza risposta.
L’ esperienza comune ci suggerirebbe che siano realtà le cose  che riusciamo a sondare con i nostri organi sensoriali.
Tutto ciò che riusciamo ad assaggiare con la nostra lingua, annusare con il naso, tastare con le mani e così via, dovrebbe essere reale.
L’approccio dell’uomo moderno è di tipo “santommasico”, se mi passate il termine, se non vedo non credo, e già che ci sei se mi fai vedere anche un paio di volte di più è pure meglio. 

Ma cosa succede quando la finzione riesce a raggiungere una contraffazione tale da illudere i sensi? 

 Con questa breve introduzione andiamo ad aprire un ciclo di post (spero almeno) dove andremo ad analizzare le opere di un autore che ha fatto della “ricerca della realtà” uno dei leitmotiv della propria produzione letteraria.

Philip K. Dick nasce a Chicago nel 1928, scomparso prematuramente nel 1982 dopo una vita turbolenta e assuefatta alle droghe, dedicherà alla ricerca del reale la sua burrascosa e breve vita. 

 

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La fantascienza per Dick assume una valenza particolare, se per la maggior parte degli scrittori di genere essa rappresenta il luogo, il teatro e fulcro delle vicende trattate, per Dick è totalmente diverso: in dei punti sembra quasi scordarsi dell’ambientazione, finisce col narrare delle vicende molto umane, quotidiane, per nulla fuori dalla comune o estranee al contesto della vita di tutti i giorni di un comune cittadino del mondo post-bellico. 
Come primo libro da commentare scelgo il romanzo che, grazie all’ottima trasposizione cinematografica di Ridley Scott (avrete forse sentito parlare di un certo Blade Runner), ha aperto le porte del successo post-mortem al povero Philip. 

Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (Do Android Dream of Electric Sheep?) ci presenta un mondo dove la Terza Guerra Mondiale ha lasciato solo rovine, le radiazioni hanno reso invivibile il pianeta Terra e solo chi non può permettersi di emigrare nello spazio è rimasto sulla terraferma, in continua lotta con la degenerazione che le continue piogge radioattive causano nell’ambiente. 
La tecnologia ha raggiunto picchi inimmaginabili ed è in grado di riprodurre perfettamente qualunque cosa, dagli animali (ormai quasi completamente scomparsi dalla faccia della terra ed oggetti di culto del misterioso Mercerianesimo), fino all’uomo stesso: l’androide (o “replicante”) viene utilizzato come forza lavoro nelle colonie spaziali, senza alcuna possibilità di decisione del proprio destino. 
Attore principale della vicenda è “il cacciatore di androidi” Rick Deckard, un semplice e mediocre agente di polizia che si occupa di “ritirare” gli androidi che decidono di scappare e di sottrarsi al loro destino.
Un riparatore di elettrodomestici difettosi praticamente.

Ma cosa succede quando l’elettrodomestico è talmente realistico da sembrare un essere umano? 

Il nocciolo del libro è proprio questo: in un mondo dove tutto è falso chi è più vero? L’uomo, che segue il suo input istintivo personale o l’androide che segue le indicazioni di un circuito predefinito?
Nel finale, totalmente anticlimatico e filosofico, l’autore sembra suggerirci, attraverso le avventure di Deckard alla ricerca dei modelli Nexus-6, la conclusione del dilemma: è reale ciò che noi vogliamo che sia reale, e non necessariamente ciò che l’esperienza sensoriale ci suggerisce come reale. 

 

DoAndroidsDream
Nonostante una parte della critica dickiana lo consideri un’opera minore io credo che la lettura di Ma Gli Androidi… sia caldamente consigliato, specialmente per chi cerca di aprire una finestra, un piccolo pertugio attraverso questo mondo, un po’ falso e un po’ (troppo) elettrico. 

 

 

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Double Feature

https://i2.wp.com/i138.photobucket.com/albums/q249/anaqimut/Ringu.jpg

Si torna a parlare di cinema’!

Sì effettivamente mi rendo conto di essere un po’ palloso, e che magari posso sembrare monotono e monocorda, visto che parlo sempre delle solite cose.

Il problema è che odio il popolare.

O il popolo in generale, che poi a certi livelli è pure uguale.

E mi affascina la degenerazione mentale.

Perchè per quanto l’uomo insegua l’ordine, la perfezione e la quadratura del cerchio, esso è destinato ad una lenta discesa nel caos.

Entropia pura.

La vita è una sorta di lotta contro di essa, ma tu scalpiti, scalci, ti ribelli in tutti i modi, ma non c’è via di scampo: sei destinato a soccombere.

Ma la vita è anche una grande lotta contro la solitudine, quella condizione che hai quando nasci…ma che hai anche quando muori.

E nonostante la sua natura prettamente Pop come genere, l’Horror se messo nelle mani giuste riesce ad essere estremamente vivo, attuale, mai scontato, racconta di come siamo e come saremo, riesce a collegarsi alla nostra natura ancestrale.

Perchè dopotutto cosa c’è di più ancestrale della Paura?

Comunque, come anticipato nel titolo, oggi parleremo appunto di una Double Feature.

Che cos’è una Double Feature?

Una double feature consisteva in due film, spesso collegati tra loro (anche solo dal genere), che potevano essere visionati al prezzo di uno, in dei locali squallidi e tanto cari al cinema tarantiniano.

Un esempio di Double Feature moderna è costituita appunto dal progetto Grindhouse (che i capoccia italiani hanno suddiviso in due film, snaturandone completamente il concetto originale, ammirevole.) di Tarantino e Robert Rodriguez, composto appunto da due film appositamente girati nello stile caciarone e approssimativo tipico della serie B anni 70′ (A Prova di Morte e Planet Terror), raccordati tra loro da dei fake trailers, giusto per aumentare la “sensazione di Drive-in” del progetto.

Ma oggi non parleremo di questo, infatti da Mamma America ci spostiamo in Asia, nella patria del Sol Levante.

L’horror giapponese, o J-Horror che dir si voglia, ha avuto un grande successo qua da noi in tempi nemmeno troppo lontani, generando un fenomeno che ha saturato il mercato cinematografico con millemila e più cloni/imitazioni/lavori originali/”omaggi” in pochi anni.

L’horror orientale ha radici profondamente allocate nel substrato culturale giapponese: a differenza dell’horror “nostrano” che poggia più su situazioni di degrado sociale più o meno violente (ad esempio lo Slasher Movie, genere proprio nato in casa nostra fra le varie), o personaggi e situazioni si sovrannaturali, ma comunque radicate nel contesto sociale occidentale; il J-Horror si basa su poche semplici regole e situazioni, prettamente legate al folklore nazionale e alla religione shintoista.

E dopo questa lunga (e pallosa) introduzione andiamo finalmente ad analizzare questi due film.

Ring (Ringu) di Hideo Nakata è stato un po’ l’apripista del genere in Europa, uscito nel lontano 1998, ha generato due seguiti (Spiral e Ringu 2) un prequel (Ringu 0) e due remake americani (The Ring 1 e 2)

Una giornalista indaga sulla morte della nipote e di altri suoi amici, tutti misteriosamente deceduti nella stessa notte e ad una settimana esatta dalla visione di una strana e surreale videocassetta.

Il resto della storia galleggia un po’ tra realtà, sogno, zelo americano e tanto passaparola.

Le cose interessanti di questo film sono molte.

Innanzitutto Nakata rimaneggia un po’ il soggetto originale di Suzuki: la saga di Ring cartacea narra di Sadako Yamamura, un’ermafrodita affetta da Sindrome di Morris dotata di potere esp, che morendo di vaiolo in un sanatorio lascia una maledizione (simile al vaiolo appunto) che si propaga attraverso la videocassetta.

Un lettore medio di Ring

Evidentemente Nakata aveva letto i libri, e quindi decide di rielaborare Sadako, trasformandola in una figura folkloristica giapponese molto comune: un Onryō, lo spettro di una persona morta di morte violenta che rimane su questa terra per vendicarsi di qualunque persona gli capiti a tiro.

La narrazione è piuttosto lineare e non vi sono molti momenti di paura, e nemmeno un effetto splatter, il film si regge sull’atmosfera di disagio che trasmette e sulla grande metafora che permea tutto il girato: ovvero l’ineluttabilità della solitudine.

Ciascun personaggio vive in un proprio mondo, e ogni mondo è separato dagli altri, c’è la paura del Diverso in una grande allegoria del Giappone del tempo: patria di tecnologie ma anche patria di grandi tradizioni, spesso in contrasto col progresso.

La piccola Sadako è un po’ il riassunto di quanto detto, da sempre osteggiata perchè figlia di una sensitiva, è un’anima sola che vive solo di rabbia, una rabbia che viene alimentata dalla maledizione della cassetta, e che non può generare altro che rabbia.

Sadako ha visto cosa c’è aldilà della Morte, aldilà di tutte le convenzioni moderne, aldilà del falso perbenismo del mondo, ed è per questo che il suo sguardo non riesce più ad amare, ma uccide e atterrisce chiunque osi guardarla anche solo di sfuggita.

Non so voi, ma a me questo fotogramma fa più paura di tutto il “The Ring” americano.

Il secondo film che andiamo a vedere è sempre tratto da un libro (o meglio, racconto) di Koji Suzuki, e la regia è sempre di Hideo Nakata, parliamo di Dark Water (Honogurai Mizu No Sokokara) datato 2002, e che riprende un po’ i temi lasciati in sospeso (più o meno volutamente) in Ring.

Una madre con un passato di problemi psichici e un infanzia infelice alle spalle decide di trasferirsi con la figlia in uno squallido palazzo di periferia.

Qua la famigliola entrerà in contatto con lo spettro di una bambina morta due anni prima, che sembra volere qualcosa da loro.

Definire questo film horror è un po’ riduttivo, Dark Water è una tragedia a tinte forti: una tragedia di un Paese, oltre che una tragedia di persone.

Il fantasma della piccola Mitsuko è una vittima: rimasta orfana e continuamente sballottata e lasciata al proprio destino dal padre, muore a causa della negligenza del personale del grattacielo nella quale si trovano i protagonisti.

E’ stato un destino triste il suo, ma è lo stesso destino che la protagonista avrebbe potuto subire durante la sua infanzia.

E’ il destino dei bambini, che non vengono ascoltati, vengono osteggiati, lasciati soli da chi dovrebbe prendersi cura di loro: ovvero i genitori, troppo impegnati nelle loro faccende per potersi curare delle loro piccole creature.

E’ il destino di un Giappone che vive di omertà e falsa obbedienza, alla continua ricerca del moderno e in continua evoluzione.

E’ il destino di chi si sente solo, e che non riesce a prendere ciò che vuole, se non con la forza.

L’acqua redime i peccatori e fortifica i giusti: il regista sembra dirci (in una citazione dallo Shining di Kubrick) che forse abbiamo un unico modo per redimerci: lavare i nostri peccati, lasciare perdere ciò che essere e ciò che sarà e vivere per il presente, e sacrificarsi per il bene di un mondo migliore.

Io alla fine non ce l’ho fatta e ho pianto…è una storia paurosissima, ma allo stesso tempo tristissima e commovente, un vero e proprio viaggio nel sentimento.

Esiste un remake anche di questo, con Jennifer Connelly, ma sinceramente non l’ho mai visto, e mi sa che difficilmente mi ci avvicinerò, visto la bellezza e la poetica dell’originale.

Che dire siuri,questo chilometrico post finisce qui, lo Staff (cioè me!) vi augura una buona serata, ci vediamo al prossimo post!

Sperando di tornare a parlare di libri.

Anche perchè rimanga tra noi, ma sarebbe quello lo scopo intrinseco! ahah!

Dove sta il trucco?

Abracadabra i sit on his knee,

Presto chango, and now he is me!

Hocus Pocus we take her to bed,

Magic is fun……

We are Dead.

Bentornati in questo piccolo luogo di parole ad Eolo!

A chi non piacciono gli spettacoli di magia?

Tutte quelle luci, quei giochi di illusione…stimolano la nostra parte infantile, sollazzano la nostra incredulità, ci fanno credere nell’esistenza di un mondo diverso…meno grigio, più interessante, più libero.

Ma che poi esiste questo mondo?

Certo che no.

E’ tutto un trucco,ma a noi piace far finta che non lo sia, dopotutto è un gioco divertente.

Tutto questo per introdurre il film di cui vado a parlare oggi: Magic di Richard Attenborough, datato 1978.

Tratto dal romanzo di William Goldman più o meno degli stessi anni (e a quanto pare best-seller al periodo…lo sto cercando un po’ ovunque ma è introvabile, un po’ come questo film dopotutto), Magic è una “terrificante storia d’amore”, come recita la tagline.

Charles “Corky” Withers (interpretato da un giovane e dunque irriconoscibile, almeno per me,  Anthony Hopkins) è un prestigiatore di grande talento ma un po’ sfigato, a detta del suo maestro,un grande illusionista, ha bisogno di vincere la sua insicurezza, che lo rende impacciato sul palcoscenico.

Facendo tesoro dei consigli del suo mentore, Corky impreziosisce i suoi spettacoli con il suo nuovo piccolo amico…Fats The Dummy, per gli amici italianofoni Forca il Pupazzo.

Carino no? 

Gli spettacoli di Corky cambiano subito marcia, la presenza di Fats è subito un successo, e il suo agente Ben Green (Burgess Meredith, il Mickey di Rocky) è disposto ad offrire a Corky un contratto milionario per uno show seguito da milioni di spettatori.

Ma inaspettatamente Corky decide di (s)fuggire e si rifugia nei luoghi della sua infanzia.

La’ incontrerà una sua ex-compagna di scuola, Peg (Ann-Margret) che deciderà di ospitarlo in ricordo dei vecchi tempi.

La presenza di Peggy farà sbocciare di nuovo l’amore che Corky provava per lei in gioventù, mentre, nel frattempo, Fats comincerà a far sentire la sua ingombrante presenza, fino a irreparabili conseguenze…

Questo è un breve sunto (più o meno esente da spoiler) di quello che accade nel girato.

Che poi, come scoprirete, è ben poco in confronto a tutto il significato nascosto che sta dietro.

I pupazzi da ventriloquo li ho sempre trovati terrificanti.

Sarà un po’ per la presenza di Slappy nella mia infanzia , un po’ la loro essenza così “umana” sul palcoscenico, la bravura dei ventriloqui o che so altro…ma non riesco proprio a non vederli con un coltellaccio pronti a scoprire i miei organi più interni e delicati. 

A parte Jeff Fafà, si intende. 

Goldman (e Attenborough di conseguenza) gioca sul significato psicologico che Fats ricopre nella storia.

Non si riesce a capire se è Corky che compie le sue azioni o se è Fats che lo costringe col proprio ascendente, il regista lascia un alone di mistero su questa cosa e sta allo spettatore decidere da quale parte stare.

La causa scatenante dell’intreccio di Magic è la solitudine e il disagio sociale che Corky vive, e Fats rappresenta una proiezione che il menagramo fa di se stesso.

Fats è tutto ciò che Corky vorrebbe essere ma che non riesce ad esprimere a causa del suo disagio: è chiaccherone, espansivo, schietto, tutte qualità che il prestigiatore riesce ad esprimere solo quando mette la mano dentro il suo amico di legno.

In qualche modo il pupazzo da ventriloquo ha un ruolo ben più profondo del semplice Killer da Slasher Movie (come ad esempio Chucky de “La Bambola Assassina”), ma costituisce un ponte che il protagonista si costruisce fra il mondo reale e il suo personale mondo, un modo per sfuggire agli scherni delle persone, che consideravano il povero Corky un fallito.

Ma quando l’amore per Peg si sostituisce alla bramosia di successo nella scala gerarchica dei valori di Corky (in qualche modo non gli importa di essere accettato da tutti, ma solo dalla donna che ama ardentemente), Fats, il “ponte” farà di tutto per impedire che ciò accada, e questo porterà al collasso della già fragile mente del prestigiatore.

Questo film rimane un piccolo capolavoro di suspense di un regista che saprà dire molto nei suoi lavori successivi (Attenborough ha diretto Gandhi dopotutto), da riscoprire assolutamente, se poi qualcuno riesce a recuperare il romanzo originale pure meglio.

E con questo finisce qui il post, ci vediamo alla prossima puntata! Stay Fatsy! (ma anche no..)

P.S. chiunque mastichi inglese può trovare la versione completa in lingua originale qui, enjoy!

L’Opera in Gotico

In sleep he sang to me

In dreams he came

That voice which calls to me

And speaks my name

And do I dream again

For now I find

The Phantom of the opera is here

Inside my mind…

Bentornati cari Spigolosi amici! (?)
dopo aver passato 4 giorni di bagordi per la vincita dell’ R.B.A. (perchè si sa i motivi per fare bagordi non sono mai troppo pochi!) lo staff torna per deliziarvi con questa favolosa disquisizione musicale!

Una ricostruzione accurata del party dello staff (anche se quello al centro nun me somiglia per niente.)

Sembra strano ma torno sempre a parlare di metallo.

Ci stavo pensando giusto stamani, non credo che sia una cosa volontaria, ma una specie di riflesso da Cane di Pavlov, o roba del genere.

In quanto Pop(olare) la musica commerciale ha ben poco spazio per poter uscire dai canoni convenzionali del genere, che sono ben definiti e strumentalizzati al fine di poter intrattenere un pubblico di massa, dal palato grosso e senza troppe pretese.

Con questo non voglio dire che il metal non sia anche commerciale, ma essendo “meno” mainstream la probabilità di trovare citazioni colte e riferimenti da nerd/lesionato/occhicosaaltro è più elevato.

Ormai parlare di mainstream è così mainstream che….Ommiodddio un cagnolino! :3 

Alcuni lettori accaniti sapranno sicuramente di chi sto parlando quando cito Gaston Leroux.

Giornalista, scrittore e pure un po’ poeta il buon Gaston è stato un prolifico romanziere del periodo Romantico, durante il quale si è cimentato in diversi tipi di romanzo, dal poliziesco passando per l’horror.

Ma è passato alla storia per una opera in particolare: ovvero per “Il Fantasma dell’Opera“.

Prendendo un pezzetto da “Notre Dame De Paris“, un altro da Stoker, un altro ancora dai canoni romantici tipici del tempo ed aggiungendoci abbondante ccc-colla vinilica e tanta fantasia e originalità Leroux consegna ai posteri un personaggio indimenticabile: Erik il Fantasma.

C’è una grossa differenza fra l’Erik di Leroux e il Quasimodo di Hugo (si veda qui! ahah).

Quasimodo cerca una via di redenzione (e di accettazione della propria deformità) attraverso l’Amore di Esmeralda, Erik è totalmente “posseduto” dalla deformità (e dall’odio di conseguenza) è brutto pure “dentro”, è cattivo fino in fondo, gode nel far soffrire la giovane e bella cantante lirica Christine, ossessionata dalla sua voce e dalla leggenda dell’ Angelo della Musica.

Non c’è una vera e propria dimensione idilliaca, ma solo pulsione sessuale, nuda e cruda, le capacità canore di Erik sono loro stesse specchio di una sessualità deviata e deforme (e qui si ritorna a Dracula di Stoker), è capace di cantare sia in maniera acuta che grave, sostanzialmente capace di essere sia donna che uomo.

C’è una dicotomia del personaggio della Bestia, si suddivide in due personalità, l’Erik fantasma e Raoul il bell’amante di Christine, non c’è spazio per il grigio, o bianco o nero.

E qui entriamo nella parte “musicale” della faccenda.

I cari Nightwish (gruppo gothic-metal finlandese) decidono di interpretare una canzone dedicata alle vicende di Erik, intitolata “Phantom of The Opera” appunto.

Quando si ha a che fare con della roba talmente inflazionata ed abusata da essere quasi accolta con freddezza a prescindere non è facile, i Nightwish uniscono Opera e Metal in un intelligente mix di organo e chitarre elettriche, il tutto impreziosito dal duetto tra Erik e Christine, le cui liriche alla fine si confondono, come a dirci che forse non è Erik ad essere il Fantasma, ma forse è Christine ad esserlo, o forse esso è solo una proiezione, una maschera che ognuno di noi, come il protagonista, porta.

Per chi volesse un altro po’ di Metal e Leroux c’è anche Phantom of The Opera degli Iron Maiden, che non ha niente a che vedere con la canzone dei Nightwish, qui le atmosfere infatti perdono la concezioni operistiche e si fanno metallo puro, con Paul Di’ Anno a rincarare la dose con la sua voce graffiante.

Senza contare che ci sono un sacco di film dedicati, il cui più recente è del 2004 di Joel “Ho rovinato Batman meno male che c’è Nolan” Schumacher, con Gerard Butler.

E con questo ultimo poscritto l’articolo, purtroppo, finisce qui…al prossimo post!

Anarchia e Consumo

Carlo, metti le dita così!… Sei capace di dire “Non posso mangiare il riso”, tenendo le dita così? 

Non posso mangiare il riso.

E allora mangia la merda!

Mi scuso per non essermi fatto sentire da un bel pezzo…ma la verità è che sto rimuginando molto in questo periodo, e quindi le parole si affollano in talmente tante direzioni che mi risulta difficile ordinarle in una direzione ben precisa e predeterminata.

Ma ci proveremo comunque.

Intanto comunico che ho deciso di aprire una nuova rubrica, La Settima Arte, che comprenderà post a tema cinematografico, ma pur sempre interlacciati con il mondo della carta stampata (le due “puntate precedenti” le trovate qui e qui, per chi se le fosse perse.)

Questo post rappresenta una fantomatica “terza puntata”.

Si può parlare di politica nella letteratura?

Certo che sì, ma che domande faccio.

Attraverso l’Arte si può parlare di qualunque cosa, in maniera diretta o indiretta.

Il problema principale rimane nel “veicolo” del messaggio, ovvero nel modo in cui si decide di far passare  la critica che vogliamo diffondere: dobbiamo fare in modo che passi nella maniera più capillare e precisa possibile, senza fraintendimenti.

Si riesce nello scopo?

Pare strano dirlo, ma sembra che un aumento dell’istruzione media abbia portato con se’ una costante e sempre crescente chiusura mentale, col risultato che non si capisce più un bel nulla.

E così a me tocca (che poi intendiamoci, manco fossi chissà quale luminare mondiale) sorbirmi gente che considera Salò un beneamato spreco di pellicola, e che chiama Pasolini un povero frocio che se lo meritava.

Perchè è di questo che voglio parlare.

Ma facciamo un po’ di storia prima.

Agli albori della rivoluzione francese il conte Donatien Alphonse François de Sade (che per chi non lo conoscesse, da il nome alla parola Sadismo, insomma un gran simpaticone), se ne esce con un romanzo intitolato “Le 120 Giornate di Sodoma“.

Sade dipinge con asprezza e un certo gusto per il macabro e per l’osceno una summa di tutto ciò che può essere definito con l’appellativo di “perverso”, una sorta di enciclopedia del libertino.

Approfittando della situazione, il Divin Marchese lascia pure un messaggio nel suo romanzo: per quanto i grandi poteri possano ostracizzare, stracciare, censurare, abbaiare contro sono affascinati dal libertinaggio, e fanno di nascosto ciò che agli altri vietano di fare; esasperando fino ai limiti del parossismo.

Circa due secoli dopo, Pier Paolo Pasolini termina la cosiddetta Trilogia della Vita e decide di inaugurarne una della Morte, e per il primo film decide di ispirarsi al romanzo di Sade.

La Seconda Guerra Mondiale e agli sgoccioli e quattro repubblichini nazifascisti, personalità del tempo (di cui conosciamo solo gli appellativi: il Duca, Il Monsignore, Il Presidente e L’Eccellenza) decidono di rifugiarsi in una villa sperduta nella repubblica di Salò, dove rapiscono dei giovani di entrambi i sessi selezionati accuratamente per soddisfare tutte le loro perversioni sessuali.

Le torture riservate alle povere vittime sono sia fisiche che psicologiche e sfoceranno in un bagno di sangue, che vedrà i nostri bei quattro tomi pronti a darsi il cambio a guardare da una finestra l’esecuzione, violenta e macabra di ogni trasgressore delle regole.

In contrasto con il tema particolarmente forte e grezzo Pasolini adotta uno stile registico altamente pulito e ordinato, suddivide il proprio girato in “gironi danteschi” (Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue) e incornicia il tutto in una fotografia pulita ed estremamente ordinata, che fa risaltare ancora di più lo schifo generato dalle vicende narrate.

Molti dei così autorevoli critici hanno definito Salò, al pari del romanzo da cui è stato generato, un riassunto di tutte le perversioni che Pasolini avrebbe provato durante le sue esperienze omosessuali, più o meno esasperate, bollandolo come un prodotto di cattivo gusto totalmente fine a se stesso.

Questa tesi non mi trova assolutamente d’accordo, non c’è voluttà nel mostrare, non c’è soddisfazione nel guardare, vi è solo grande sgomento e un senso di sporco che rimane indelebile nella propria anima.

Come Pasolini più volte dice nelle interviste (quelle interviste che poi saranno le ultime, visto che morirà di li a poco) Salò è un film sull’Anarchia del Potere e su ciò che il Potere fa dei corpi ai giorni nostri.

Quando si pensa all’Anarchia si pensa ad un qualcosa di totalmente privo di regole, qualcosa che tenta di distruggere il Potere costituito.

Ma se si pensa bene, è proprio il Potere stesso ad essere Anarchico, il Potere fa ciò che vuole e agisce in modi che esulano i normali rapporti umani.

In particolare l’odierno modello economico è un potere che mercifica i corpi, li trasforma, fa perdere loro valore, ci trasforma tutti in macchine senza sentimenti, che cercano continuamente l’oggetto bello, che consumano dunque.

Ed è proprio questo Salò, una gigantesca pubblicità progresso, una sorta di “Profezia” formulata quasi 40 anni prima, su ciò che sarebbe diventata l’Italia dei giorni nostri, un accozzaglia di persone senza cervello.

E mentre il mondo va a rotoli, noi siamo qua, a ballare sulle note dei “Carmina Burana” di Orff…

 

 

 

 

La Realtà nella Pietra

Rieccoci qua, pronti a sfruttare questi giorni di (sia lodato!) ponte per scrivere qualcosa su questa simpatica piattaforma di interessanti chiacchere perlopiù al vento.

Oggi tratteremo di pessimismo letterario, e musicale.

No non ho intenzione di tirare fuori Leopardi, per quanto potesse essere simpatico il buon Giacomo non è decisamente il mio tipo.

Parliamo di un suo contemporaneo, un grande autore di nazionalità francese che, al pari del Giacomo, ha fatto la storia della letteratura romantica nell’800′: sto parlando ovviamente di Victor Hugo.

La sua produzione letteraria è sconfinata e analizza un po’ tutti i generi del tempo, dalla poesia lirica alla satira politica passando per il romanzo, inutile dire che se dovessi stare a parlare di tutto questo avrei bisogno di un trapianto di polpastrelli dopo la stesura di questo articolo, oltre che di un trapianto di cervello.

Aigor è pronto per il trapianto, signore.

Ragion per cui oggi mi occuperò di un solo suo romanzo, un romanzo dicotomico, bello e brutto nello stesso tempo, dolce e amaro, incredibilmente conosciuto ma allo stesso tempo ignorato nella sua completezza, che ha ispirato generazioni e generazioni di cineautori per grandi e piccini.

Siamo nell’anno 1482, a dieci anni dalla fine del Medioevo, nella città di Parigi, già al tempo fiorente metropoli, le vie dell’urbe pullulano un po’ di tutto: clandestini, soldati, prelati, scienziati, ciarlatani, e chi più ne ha più ne metta.

Questo è il contesto in cui si muove il primo grande capolavoro di Hugo, “Notre Dame De Paris”.

Concepito durante la rivoluzione del 1830, e pubblicato solo dopo un anno di isolamento, Hugo dipinge un affresco cupo e orrendo di ciò che eravamo (che siamo oggi?) nel 1800, però  riferendosi al 1400, un po’ con lo stesso stratagemma che usò Manzoni nei Promessi Sposi.

Notre Dame De Paris è una classica storia romantica, c’è l’amore non corrisposto, gli intrighi, i colpi di scena, i personaggi pronti a tutto per raggiungere uno scopo e via dicendo.

Volendo fornire una sinossi del romanzo, esso racconta dell’amore che un gobbo sordo e storpio cresciuto in una cattedrale e il prete suo padre adottivo provano per una bella zingara che balla per le strade, il tutto mentre lei arde per un giovane e bel capitano delle guardie.

Ma non è solo questo.

Notre Dame, la cattedrale raffigurata nel romanzo è una grande gigantesca allegoria della tradizione.

La pietra è ciò che rimane immutato col passare dei secoli, un simbolo dei vari regimi tradizionalisti che, al cadere di Napoleone, si erano restaurati in tutta Europa.

E molti personaggi della narrazione seguono questo “stereotipo”, da Esmeralda la zingara, che continua a credere nel suo bel capitano Febo, al buon Quasimodo il gobbo, che rimane accecato da un po’ di Pietà fino a trasformarla in Amore.

E’ un romanzo fatto di personaggi complessi e variegati, sui quali si staglia sopra tutti Frollo l’Arcidiacono della cattedrale, custode della Tradizione e della Scienza, ma che non riesce a capire cosa sia l’Amore e del perchè esso lo stia consumando.

Ma all’inizio di questo articolo parlavamo di Pessimismo, infatti non c’è spazio al lieto fine, tutto si conclude nella maniera più tragica possibile, per alcuni fisicamente, altri psicologicamente, o entrambe le cose.

Forse non c’è molto spazio per la Tradizione, e così la pietra è costretta a crollare.

C’è solo spazio per l’Amore, quello vero, che non conosce età, distinzioni, sesso e soprattutto Volontà.

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo. Notarono che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole e una gamba più corta dell’altra. D’altronde non aveva alcuna vertebra cervicale rotta ed era evidente che non fosse stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto era quindi giunto lì, e lì era morto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, cadde in polvere.

Di questo romanzo si è scritto (e adattato) molto, da citare sono il Classico Disney (che nonostante i rimaneggiamenti riesce a rimanere abbastanza cupo nei toni della storia) e l’omonimo musical di Riccardo Cocciante, che riesce ad essere di una fedeltà impressionante al romanzo includendo musiche orecchiabili e molto belle senza essere per niente tedioso, una volta ancora la prova di quanto possa essere attuale il messaggio di Hugo anche ai tempi nostri.

E con un piccolo contributo ad entrambe le opere vi lascio…alla prossima!

Un Sabato…di Domenica

Oggi andiamo a parlare di una pagina anomala nella vita editoriale di un autore popolarissimo e conosciuto anche ai più accaniti fan del tubo catodico.

Andrea Camilleri deve gran parte della sua fama per il ciclo dei romanzi del Commissario Montalbano, dei gialli ambientati nella profonda Sicilia (nei luoghi dove lo scrittore di Porto Empedocle è cresciuto) e scritti in un tagliente siciliano, vero e proprio marchio di fabbrica dell’autore.

Nei suoi romanzi “canonici” i protagonisti principali della vicenda sono i paesaggi, la bellissima Sicilia, la cultura, le tradizioni che rivelano una terra che ha molto da dare, ma allo stesso tempo anche molto da nascondere.

In questo romanzo che oggi vado a presentarvi Camilleri “si spoglia” del proprio linguaggio artistico, e si rimette in gioco alla veneranda età di ottantaquattro anni e confeziona questo “Un Sabato, con gli amici“.

Chi non ha mai passato il Sabato con gli amici?

Camilleri ci presenta un dramma surreale e truculento che coinvolge una comitiva (apparentemente) come le altre, dai traumi infantili passando per l’adolescenza fino all’età adulta.

Se l’adolescenza sembra il momento in cui le tragedie infantili vanno a scemare scomparendo del tutto, grazie all’inserimento dei protagonisti in una società di stampo borghese, l’età adulta porterà tutti i nodi al pettine, portandoci al triste e truculento finale.

Per quanto riguarda lo stile, Camilleri getta alle ortiche il dialetto siciliano e scrive questo breve romanzo (un centinaio di pagine) con un linguaggio asciutto e ordinato, quasi teatrale, simile a una sceneggiatura di qualche spettacolo, con battute molto coincise e verosimili.

Inoltre, le ambientazioni sono poche e scarne, e quasi sempre al chiuso.

Da questo punto di vista, questo romanzo ricorda alcuni film di Roman Polanski, ambientati unicamente nelle quattro mura di un appartamento (basta pensare a “Repulsion”, o al più recente “Carnage”).

In contrasto con lo stile del linguaggio, abbiamo lo stile narrativo: è tutto confuso e disordinato, al limite del surreale, gli eventi non sono in ordine cronologico, i personaggi si accavallano fra di loro, tutto si ingarbuglia come un gigantesco nodo di Gordio, l’unico modo per sbrogliare la vicenda sarà un taglio netto e violento, così come ci rivelerà il finale.

Leggendo le recensioni di questo libro, ho trovato molti lettori perplessi verso questo “esperimento”.

Si ha effettivamente un senso di smarrimento durante la lettura, io stesso (che di Montalbano ho letto solo un libro) sono rimasto stupito da questa “reinvenzione”.

Questo libro è aperto verso molte interpretazioni: che cosa vuole dirci il Maestro di Porto Empedocle? che forse il marciume della società genera mostri? che forse siamo padroni del nostro destino solo a metà? o forse era annoiato e allora si è dilettato con una storia un po’ diversa?

Io consiglio la lettura di questo libro, è molto interessante vedere come un grande autore cerca di sperimentare ad una età non più giovanissima, senza contare che la trama surreale lascia un sacco da riflettere, e non risulta affatto noiosa nonostante l’ambientazione “borghese” e limitata nei luoghi.

E con questo finisce il mio articolo sul Sabato…augurandovi ovviamente una Buona Domenica!