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L’Opera in Gotico

In sleep he sang to me

In dreams he came

That voice which calls to me

And speaks my name

And do I dream again

For now I find

The Phantom of the opera is here

Inside my mind…

Bentornati cari Spigolosi amici! (?)
dopo aver passato 4 giorni di bagordi per la vincita dell’ R.B.A. (perchè si sa i motivi per fare bagordi non sono mai troppo pochi!) lo staff torna per deliziarvi con questa favolosa disquisizione musicale!

Una ricostruzione accurata del party dello staff (anche se quello al centro nun me somiglia per niente.)

Sembra strano ma torno sempre a parlare di metallo.

Ci stavo pensando giusto stamani, non credo che sia una cosa volontaria, ma una specie di riflesso da Cane di Pavlov, o roba del genere.

In quanto Pop(olare) la musica commerciale ha ben poco spazio per poter uscire dai canoni convenzionali del genere, che sono ben definiti e strumentalizzati al fine di poter intrattenere un pubblico di massa, dal palato grosso e senza troppe pretese.

Con questo non voglio dire che il metal non sia anche commerciale, ma essendo “meno” mainstream la probabilità di trovare citazioni colte e riferimenti da nerd/lesionato/occhicosaaltro è più elevato.

Ormai parlare di mainstream è così mainstream che….Ommiodddio un cagnolino! :3 

Alcuni lettori accaniti sapranno sicuramente di chi sto parlando quando cito Gaston Leroux.

Giornalista, scrittore e pure un po’ poeta il buon Gaston è stato un prolifico romanziere del periodo Romantico, durante il quale si è cimentato in diversi tipi di romanzo, dal poliziesco passando per l’horror.

Ma è passato alla storia per una opera in particolare: ovvero per “Il Fantasma dell’Opera“.

Prendendo un pezzetto da “Notre Dame De Paris“, un altro da Stoker, un altro ancora dai canoni romantici tipici del tempo ed aggiungendoci abbondante ccc-colla vinilica e tanta fantasia e originalità Leroux consegna ai posteri un personaggio indimenticabile: Erik il Fantasma.

C’è una grossa differenza fra l’Erik di Leroux e il Quasimodo di Hugo (si veda qui! ahah).

Quasimodo cerca una via di redenzione (e di accettazione della propria deformità) attraverso l’Amore di Esmeralda, Erik è totalmente “posseduto” dalla deformità (e dall’odio di conseguenza) è brutto pure “dentro”, è cattivo fino in fondo, gode nel far soffrire la giovane e bella cantante lirica Christine, ossessionata dalla sua voce e dalla leggenda dell’ Angelo della Musica.

Non c’è una vera e propria dimensione idilliaca, ma solo pulsione sessuale, nuda e cruda, le capacità canore di Erik sono loro stesse specchio di una sessualità deviata e deforme (e qui si ritorna a Dracula di Stoker), è capace di cantare sia in maniera acuta che grave, sostanzialmente capace di essere sia donna che uomo.

C’è una dicotomia del personaggio della Bestia, si suddivide in due personalità, l’Erik fantasma e Raoul il bell’amante di Christine, non c’è spazio per il grigio, o bianco o nero.

E qui entriamo nella parte “musicale” della faccenda.

I cari Nightwish (gruppo gothic-metal finlandese) decidono di interpretare una canzone dedicata alle vicende di Erik, intitolata “Phantom of The Opera” appunto.

Quando si ha a che fare con della roba talmente inflazionata ed abusata da essere quasi accolta con freddezza a prescindere non è facile, i Nightwish uniscono Opera e Metal in un intelligente mix di organo e chitarre elettriche, il tutto impreziosito dal duetto tra Erik e Christine, le cui liriche alla fine si confondono, come a dirci che forse non è Erik ad essere il Fantasma, ma forse è Christine ad esserlo, o forse esso è solo una proiezione, una maschera che ognuno di noi, come il protagonista, porta.

Per chi volesse un altro po’ di Metal e Leroux c’è anche Phantom of The Opera degli Iron Maiden, che non ha niente a che vedere con la canzone dei Nightwish, qui le atmosfere infatti perdono la concezioni operistiche e si fanno metallo puro, con Paul Di’ Anno a rincarare la dose con la sua voce graffiante.

Senza contare che ci sono un sacco di film dedicati, il cui più recente è del 2004 di Joel “Ho rovinato Batman meno male che c’è Nolan” Schumacher, con Gerard Butler.

E con questo ultimo poscritto l’articolo, purtroppo, finisce qui…al prossimo post!

Metal e Umberto Eco

“Lost the love of heaven above
Chose the lust of the earth below
Eleven saintly shrouded men
Came to wash my sins away”

Oggi parliamo di musica.

Si lo so che questo è un blog di libri (completamente deserto, ci terrei a precisare, ma vabbè), però a volte, in quest’epoca dove anche un gemito di neonato messo in loop vince come minimo quindici Grammy, ci scordiamo di come anche la musica sia un’arte, e come tutte le arti è collegata strettamente alle proprie simili.

Quindi oggi inauguriamo una rubrica dove cerchiamo di trovare i collegamenti tra due bellissimi mondi: il mondo della musica e il mondo della carta stampata.

Umberto Eco è un autore a cui sono molto legato, nonostante abbia letto poco o nulla della sua produzione artistica, mi trovo molto affine al suo modo di pensare (con molti meno soldi e minor fama, ma quello mi sembrava scontato.)

Eco è un semiologo (una persona che studia i segni e come essi formano un qualcosa che ha significato) di grandissima fama, da quando si è lanciato nel mondo dell’editoria ha riscosso molto successo e altrettanta disapprovazione, è accusato infatti di essere un autore che parla a vanvera.

O meglio, uno di quei tanto osteggiati intellettuali che, dall’alto della loro dotta cultura classica, credono di poterti  rimbecillire dai discorsi solo perchè hanno studiato e quindi ne sanno più di te.

Come si dice da noi “ragiona ragiona ragiona e un conclude nulla!”, tutto fumo e niente arrosto.

Non credo che ciò sia vero, ma anche se fosse lo amerei ancora di più.

Non so per quale motivo ma il parlare totalmente a vanvera mi affascina, adoro parlare per il gusto di farlo, per il generico sforzo muscolare della lingua che genera una articolata supercazzola più o meno (a)culturale.

Cercate di capirmi, non è per prendere per i fondelli chissàchi, è solo un esercizio stilistico, altamente raffinato ma anche altrettanto inutile e controproducente.

Umberto sta pensando ad un modo per farti scappare urlando!

Discorsi inutili (giustappunto) a parte, ho solo introdotto uno dei protagonisti di questo piccolo post.

Gli altri sono uno dei miti, delle leggende viventi del metal, idoli di tutti i nerd (e non), non credo che abbiano bisogno di presentazioni, sono gli Iron Maiden, e la loro canzone estratta dall’album “The X Factor”: Sign of The Cross.

The X Factor rappresenta un album di svolta nella storia della band, innanzitutto il frontman storico (quel Bruce Dickinson incredibilmente poliedrico) lasciò per una carriera solista, sostituito dal cantante dei Wolfsbane, Blaze Bailey, che vedrà la sua carriera irremediabilmente stroncata dal confronto che, sullo stesso piano, non avrebbe mai potuto vincere, ma che sarebbe stato meno pesante se giocato ad armi pari.

Nello stesso periodo muore il padre di Steve Harris, writer della maggior parte delle canzoni della band, e da questa crisi di fondo nasce uno degli album più cupi e tristi degli Irons, dalle atmosfere dark e dal suono sporco e cattivo.

Già ben prima di X Factor (decimo album della band, come si poteva facilmente immaginare) i Maiden avevano tratto canzoni da libri, oppure da film o serie tv.

Questa Sign Of The Cross è tratta appunto dal più famoso e inflazionato libro dell’italianissimo Eco, quel Nome della Rosa che un po’ tutti abbiamo imparato ad amare.

La cosa bella di questa canzone è che non è una canzone tratta da un libro, ma E’ il libro, trasposto in note musicali, a mio avviso non potevano rendere meglio l’atmosfera.

Nel romanzo infatti abbiamo un errare continui dei protagonisti, un senso di disagio causato dal continuo mistero in cui Guglielmo da Baskerville (il protagonista) si immerge, le atmosfere gotiche del monastero, questo libro che uccide le persone…una storia di intrighi e misteri.

E la canzone porta gli stessi tratti: un sound cupo e “religioso”, il pentimento del protagonista del testo, lo spannung dell’assolo di chitarra che porta ad un finale cupo e poco rassicurante.

Insomma non c’è niente da dire in più, se non ascoltate e leggete, perchè per quanto Eco possa parlare a vanvera, questa sua creazione (e suoi derivati) merita davvero.