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Electric Wizard

prisoner in a fake world

Dopo il gran ciarlare dell’ultimo post ricominciamo con il solito tran tran di una pubblicazione ogni congiunzione astrale favorevole.
Che cos’è la realtà signori miei?
Molti se lo chiedono, altrettanti rimangono senza risposta.
L’ esperienza comune ci suggerirebbe che siano realtà le cose  che riusciamo a sondare con i nostri organi sensoriali.
Tutto ciò che riusciamo ad assaggiare con la nostra lingua, annusare con il naso, tastare con le mani e così via, dovrebbe essere reale.
L’approccio dell’uomo moderno è di tipo “santommasico”, se mi passate il termine, se non vedo non credo, e già che ci sei se mi fai vedere anche un paio di volte di più è pure meglio. 

Ma cosa succede quando la finzione riesce a raggiungere una contraffazione tale da illudere i sensi? 

 Con questa breve introduzione andiamo ad aprire un ciclo di post (spero almeno) dove andremo ad analizzare le opere di un autore che ha fatto della “ricerca della realtà” uno dei leitmotiv della propria produzione letteraria.

Philip K. Dick nasce a Chicago nel 1928, scomparso prematuramente nel 1982 dopo una vita turbolenta e assuefatta alle droghe, dedicherà alla ricerca del reale la sua burrascosa e breve vita. 

 

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La fantascienza per Dick assume una valenza particolare, se per la maggior parte degli scrittori di genere essa rappresenta il luogo, il teatro e fulcro delle vicende trattate, per Dick è totalmente diverso: in dei punti sembra quasi scordarsi dell’ambientazione, finisce col narrare delle vicende molto umane, quotidiane, per nulla fuori dalla comune o estranee al contesto della vita di tutti i giorni di un comune cittadino del mondo post-bellico. 
Come primo libro da commentare scelgo il romanzo che, grazie all’ottima trasposizione cinematografica di Ridley Scott (avrete forse sentito parlare di un certo Blade Runner), ha aperto le porte del successo post-mortem al povero Philip. 

Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? (Do Android Dream of Electric Sheep?) ci presenta un mondo dove la Terza Guerra Mondiale ha lasciato solo rovine, le radiazioni hanno reso invivibile il pianeta Terra e solo chi non può permettersi di emigrare nello spazio è rimasto sulla terraferma, in continua lotta con la degenerazione che le continue piogge radioattive causano nell’ambiente. 
La tecnologia ha raggiunto picchi inimmaginabili ed è in grado di riprodurre perfettamente qualunque cosa, dagli animali (ormai quasi completamente scomparsi dalla faccia della terra ed oggetti di culto del misterioso Mercerianesimo), fino all’uomo stesso: l’androide (o “replicante”) viene utilizzato come forza lavoro nelle colonie spaziali, senza alcuna possibilità di decisione del proprio destino. 
Attore principale della vicenda è “il cacciatore di androidi” Rick Deckard, un semplice e mediocre agente di polizia che si occupa di “ritirare” gli androidi che decidono di scappare e di sottrarsi al loro destino.
Un riparatore di elettrodomestici difettosi praticamente.

Ma cosa succede quando l’elettrodomestico è talmente realistico da sembrare un essere umano? 

Il nocciolo del libro è proprio questo: in un mondo dove tutto è falso chi è più vero? L’uomo, che segue il suo input istintivo personale o l’androide che segue le indicazioni di un circuito predefinito?
Nel finale, totalmente anticlimatico e filosofico, l’autore sembra suggerirci, attraverso le avventure di Deckard alla ricerca dei modelli Nexus-6, la conclusione del dilemma: è reale ciò che noi vogliamo che sia reale, e non necessariamente ciò che l’esperienza sensoriale ci suggerisce come reale. 

 

DoAndroidsDream
Nonostante una parte della critica dickiana lo consideri un’opera minore io credo che la lettura di Ma Gli Androidi… sia caldamente consigliato, specialmente per chi cerca di aprire una finestra, un piccolo pertugio attraverso questo mondo, un po’ falso e un po’ (troppo) elettrico.