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Ultraviolenza e Anni 80′: American Psycho

Il Signor Bat(e)man si offre come modello per questo illustrissimo articolo

Avete sentito mai parlare di estetica pulp?

In genere si definisce pulp quel contenuto tipico di alcune rivistacce della prima metà del secolo scorso, romanzetti da tre palle e un soldo (la maggior parte si intende, i capolavori si sa stanno un po’ dovunque, basta avere l’accortezza di non stroncarli solo perchè diversi dal nostro modo di vedere le cose) fatti per vivere, più che per una vera e propria esigenza artistica.

I romanzi pulp hanno tutti le stesse tematiche, la vicenda è costruita su situazioni surreali, altamente violente, al limite della pornografia visiva, in genere leggere un romanzo di questo tipo è come un pugno in un occhio, rimani abbagliato dal lavoro complessivo e ti senti leggermente sporco, magari di sangue pure, con quel sapore agrodolce sulle labbra.

Si potrebbe riassumere il pulp come l’equivalente letterario del cosiddetto genere cinematografico dell’ exploitation, sostanzialmente spreco di pellicola (e di carta).

Però devo dire che si può spezzare una lancia in favore del genere.

A differenza dei romanzetti del kaiser di oggi, tutti belli patinati e completi di trama (scopiazzata) ultrapettinata, i romanzi di un tempo erano magari pervasi da un senso dello scazzo totalmente inopportuno, delle trame raffazzonate, dei personaggi che non stavano in piedi nemmeno a volerceli far stare, ma almeno avevano sicuramente un paio di qualità invidiabili: l’originalità e una genuina volontà di scioccare il lettore.

Ma non uno shock telefonato e prettamente televisivo (come possono essere alcuni servizi al telegiornale), uno shock genuino, una roba che te la trovi davanti e dici “mio dio che schifo, ma chi è il malato di mente che ha inventato una roba del genere?”

Erano ancora i tempi in cui si poteva osare, adesso fai una roba del genere e tutti subito a gridare allo scandalo, gente che guarda il tuo bruscolo nell’occhio e non si accorge della trave che li sta perforando il cranio.

Infatti il pulp  subirà un declino piuttosto lento e doloroso, grazie all’opera di censura di onesti mestieranti del rompiscatolaggio internazionale.

Fino ai giorni nostri.

Grazie ad autori come il mai non troppo caro vecchio Palahniuk, oppure a film altamente mainstream come Pulp Fiction (sia lodato Quentin, sempre e comunque!) il genere pulp subisce una piccola rinascita, diventa un genere di nicchia, roba con cui puoi vantarti con gli amici “cioè io sono tropppo forte perchè io leggo Fight Club e sono contrrrro il sistema!”

Meh.

E qui arriviamo al nocciolo dell’articolo, la rinascita del pulp deve molto a questo piccolo autore che vado a introdurvi, un autore rivoluzionario che ha saputo leggere il declino di una società (la nostra) ben prima della sua effettiva dipartita.

Sto parlando di Bret Easton Ellis, e del suo romanzo più conosciuto: American Psycho.

Innanzitutto il contesto: American Psycho è ambientato nei favolosi anni 80′, e tratta dei cosiddetti yuppie, in genere quegli agenti di borsa giovani e ben vestiti, tutti abbronzati e palestrati pronti a vendere anche la propria mamma per il successo.

In particolare, Ellis si concentra sul suo protagonista, Patrick Bateman, yuppie con manie omicide.

Bateman ci viene presentato nel romanzo come  “il ragazzo della porta accanto”, il partito che ogni madre vorrebbe per sua figlia, quel classico fighetto che vedi a scuola e che invidi con tutto il cuore, perchè non potrai essere mai come lui, al massimo potrai essere una copia sbiadita, una vana imitazione, una paccottiglia per turisti.

Come dice il saggio, tutto ciò che luccica non è sempre oro.

Patrick è lo spettro della sua categoria sociale, è paranoico, cocainomane, ossessionato dalle marche di vestiti, ha un sacco di manie più o meno strambe (non si perde mai una puntata del Patty Winters Show, noleggia continuamente la cassetta di Omicidio a Luci Rosse di Brian De Palma, che studia con precisione chirurgica fotogramma dopo fotogramma), e soprattutto uccide con violenza inaudita persone totalmente a caso.

Patrick Bateman è un antieroe.

A modo suo ma lo è.

Rappresenta la ribellione della società verso una categoria che non la rappresenta.

Il buon Bret è stato intelligente nel costruire il personaggio, Patrick non sopporta il mondo che lo circonda, vede tutto ovattato, si annoia.

Uccidere rappresenta il suo unico modo di sfuggire ad un sistema alienizzante, una valvola di sfogo contro quel mondo fatto di pagine patinate e di extralusso, ma che alla fine è inconsistente, come fumo.

Verrà talmente risucchiato da questa orrida spirale di sangue che alla fine anche uccidere diventerà una sua abitudine yuppie, e anche quello non avrà più significato.

Questo per farci capire che forse a questo sistema, a questa sorta di Matrix totalmente reale non c’è via di fuga, se non quella di adattarsi, come molti fanno ogni giorno.

Che dire, io questo libro lo consiglio a (quasi) tutti, come un’opera pulp vecchio stampo è iperviolento e schifoso al punto giusto, nel caso i più sensibili possono vedersi il film, edulcorato e con un Christian Bale in splendida forma (ma che poi sarà un caso che Bateman è Batman con la e? Boh!) dove lo spirito del romanzo è rispecchiato più o meno fedelmente, un vero e proprio must read and see.