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Recens(opin)ione-Cent’anni di solitudine

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Allora, qua si parla di uno dei miei libri PREFERITI in assoluto, cercherò di essere imparziale, ma sono piuttosto sicuro che non ci riuscirò nemmeno sotto tortura.

Inutile dire che consiglio caldamente la lettura di questo libro.
Lo scrittore di questo piccolo capolavoro è il colombiano Gabriel Garcia Marquèz (il tipo della foto per intenderci), Premio Nobel proprio per questo romanzo.

Di cosa parla Cent’anni di Solitudine? Credo che facciamo prima a dire di cosa NON parla.

Questo libro è una piccola grande allegoria della condizione umana.

L’autore ci presenta una famiglia, i Buendìa, che hanno fondato col sangue e col sudore, insieme ad una decina di altre famiglie, un piccolo villaggio sudamericano: Macondo.

La famiglia Buendìa è composta da 4 persone: Josè Arcadio Buendìa, il buon patriarca forte e lavoratore, la decisa Ursula, sua moglie; e i due figli, Josè Arcadio e Aureliano.

La vicenda si svolge seguendo le bizzarre gesta della famiglia Buendìa, da quando Josè Arcadio Buendìa porta i propri figli alla fiera degli zingari a conoscere il ghiaccio fino all’ultimo discendente, quell’Aureliano Babilonia che decifrerà le profezie delle pergamene dello zingaro Melquiadès, santone e amico della famiglia sin dalla prima generazione, dipanandosi fra i cosiddetti cento anni del titolo.

Se c’è una cosa che fa letteralmente amare questo libro, è la gestione della storia e la caratterizzazione dei personaggi.

Tu lettore ignaro ti aspetteresti una chissà quale epopea beautifulliana (ma che poi esiste questo termine? boh), piena zeppa di personaggi buttati lì alla bell’e meglio.

E invece no.

Macondo è un luogo mitico, il paradigma della solitudine, i suoi abitanti (soprattutto i Buendìa) vivono una condizione “ciclica”, sono costretti a ripetere di figlio in figlio le stesse caratteristiche, come i nomi che i Buendìa danno alla loro prole, sempre gli stessi, uno dopo l’altro.

E nonostante questa ciclicità negli elementi caratteriali di base, ogni personaggio è ben definito, non ti confondi nonostante la selva di nomi tutti uguali, tu sai che un Josè Arcadio è diverso da un’altro, ma ben sai quale sarà il suo destino.

Quello di morire in solitudine, sia fisica ma soprattutto psicologica.

E forse Marquèz vuole dirci proprio questo, che per quanto tu possa scalciare, dimenarti, piangere, fare qualsiasi cosa, davanti alla morte ci sei  tu, e sei da solo.