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Metal e Umberto Eco

“Lost the love of heaven above
Chose the lust of the earth below
Eleven saintly shrouded men
Came to wash my sins away”

Oggi parliamo di musica.

Si lo so che questo è un blog di libri (completamente deserto, ci terrei a precisare, ma vabbè), però a volte, in quest’epoca dove anche un gemito di neonato messo in loop vince come minimo quindici Grammy, ci scordiamo di come anche la musica sia un’arte, e come tutte le arti è collegata strettamente alle proprie simili.

Quindi oggi inauguriamo una rubrica dove cerchiamo di trovare i collegamenti tra due bellissimi mondi: il mondo della musica e il mondo della carta stampata.

Umberto Eco è un autore a cui sono molto legato, nonostante abbia letto poco o nulla della sua produzione artistica, mi trovo molto affine al suo modo di pensare (con molti meno soldi e minor fama, ma quello mi sembrava scontato.)

Eco è un semiologo (una persona che studia i segni e come essi formano un qualcosa che ha significato) di grandissima fama, da quando si è lanciato nel mondo dell’editoria ha riscosso molto successo e altrettanta disapprovazione, è accusato infatti di essere un autore che parla a vanvera.

O meglio, uno di quei tanto osteggiati intellettuali che, dall’alto della loro dotta cultura classica, credono di poterti  rimbecillire dai discorsi solo perchè hanno studiato e quindi ne sanno più di te.

Come si dice da noi “ragiona ragiona ragiona e un conclude nulla!”, tutto fumo e niente arrosto.

Non credo che ciò sia vero, ma anche se fosse lo amerei ancora di più.

Non so per quale motivo ma il parlare totalmente a vanvera mi affascina, adoro parlare per il gusto di farlo, per il generico sforzo muscolare della lingua che genera una articolata supercazzola più o meno (a)culturale.

Cercate di capirmi, non è per prendere per i fondelli chissàchi, è solo un esercizio stilistico, altamente raffinato ma anche altrettanto inutile e controproducente.

Umberto sta pensando ad un modo per farti scappare urlando!

Discorsi inutili (giustappunto) a parte, ho solo introdotto uno dei protagonisti di questo piccolo post.

Gli altri sono uno dei miti, delle leggende viventi del metal, idoli di tutti i nerd (e non), non credo che abbiano bisogno di presentazioni, sono gli Iron Maiden, e la loro canzone estratta dall’album “The X Factor”: Sign of The Cross.

The X Factor rappresenta un album di svolta nella storia della band, innanzitutto il frontman storico (quel Bruce Dickinson incredibilmente poliedrico) lasciò per una carriera solista, sostituito dal cantante dei Wolfsbane, Blaze Bailey, che vedrà la sua carriera irremediabilmente stroncata dal confronto che, sullo stesso piano, non avrebbe mai potuto vincere, ma che sarebbe stato meno pesante se giocato ad armi pari.

Nello stesso periodo muore il padre di Steve Harris, writer della maggior parte delle canzoni della band, e da questa crisi di fondo nasce uno degli album più cupi e tristi degli Irons, dalle atmosfere dark e dal suono sporco e cattivo.

Già ben prima di X Factor (decimo album della band, come si poteva facilmente immaginare) i Maiden avevano tratto canzoni da libri, oppure da film o serie tv.

Questa Sign Of The Cross è tratta appunto dal più famoso e inflazionato libro dell’italianissimo Eco, quel Nome della Rosa che un po’ tutti abbiamo imparato ad amare.

La cosa bella di questa canzone è che non è una canzone tratta da un libro, ma E’ il libro, trasposto in note musicali, a mio avviso non potevano rendere meglio l’atmosfera.

Nel romanzo infatti abbiamo un errare continui dei protagonisti, un senso di disagio causato dal continuo mistero in cui Guglielmo da Baskerville (il protagonista) si immerge, le atmosfere gotiche del monastero, questo libro che uccide le persone…una storia di intrighi e misteri.

E la canzone porta gli stessi tratti: un sound cupo e “religioso”, il pentimento del protagonista del testo, lo spannung dell’assolo di chitarra che porta ad un finale cupo e poco rassicurante.

Insomma non c’è niente da dire in più, se non ascoltate e leggete, perchè per quanto Eco possa parlare a vanvera, questa sua creazione (e suoi derivati) merita davvero.