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Atlantide

Signori miei, si avvicina il Tempo degli Esami.

Il Tempo degli Esami è quel tempo che costringe gli Universitari di tutto il mondo (o almeno, quelli responsabili, o con genitori oppressivi, che poi è uguale) a ingrassare ventordici chili, studiare anche le copertine di improponibili tomi che spiegano i cinquantaquattro modi per smattare davanti ad una cattedra e corrodersi dall’ansia nella speranza che il Prof di turno non si sia svegliato con la Lunastorta, ma piuttosto col Felpato.

No, non faceva ridere. 

Tutta questa tiritera per dirvi che in questi giorni sarò abbastanza evanescente, visto che Termodinamica dell’Ingegneria Chimica non si finisce da sola, ed Ingegneria Ambientale purtroppo non si studia da se’.

Ma comunque! bentornati in questo simpatico luogo di parole al vento™

Questa settimana di nullafacenza bloggatoria (?) come sempre mi ha portato molto da pensare.

E una (almeno parziale) risposta alle mie domande me l’ha data Stephen King.

Ricordo bene come iniziai a leggere questo libro, lo presi ad una bancarella al mare e me lo lessi sotto l’ombrellone, così a scatola chiusa. (si perchè io al mare o mi annoio o leggo, o almeno quando ci andavo…ora son quasi quattro anni che non vedo spiaggia, non che abbia qualche rimpianto a riguardo.)

“Cuori in Atlantide”  è un antologia di cinque racconti tutti collegati tra loro.

I principali fili conduttori della narrazione sono due: uno è la presenza di personaggi comuni in fasi diverse della loro vita, ed un’altro, più sottile, è la solitudine.

King (ricordo ovviamente che il suo lavoro NON è solo lo scrittore) ci racconta la solitudine ai tempi del Vietnam, tra studenti, patriottismo, primi amori e le incertezze del futuro.

Stavo giusto pensando che dopotutto questa epoca attuale non è molto diversa da “L’epoca del Vietnam”.

Vi è una guerra ingiusta e guidata dalla cupidigia e dalla voglia di conquista dei potenti? SI e anche più di una.

Vi sono delle tensioni sociali forti a causa dei conflitti generazionali che si sono creati nel tempo? SI

Tutto sta andando a rotoli? Forse?

o si pure per questo?

Tutto questo per dirvi che dopotutto King non racconta una epoca passata e ormai superata, ma un qualcosa di reale, tangibile, attualissimo e pure estremamente illuminante a mio avviso.

Che cos’è la Solitudine?

La solitudine è un archetipo, una costruzione mentale.

E’ un immagine che noi (?) giovani ci creiamo per sfuggire ad un mondo di Vecchi, fatto per i Vecchi e a immagine e somiglianza di Vecchi.

Perchè forse è più facile rifugiarsi nella propria mesta condizione che cercare una soluzione tangibile al problema.

Ed è così che nasce l’ Atlantide Kinghiana, un luogo di elite, dove solo alcune persone (gli universitari del racconto) possono accedere, dominata dal gioco di carte Cuori, un luogo dove si può lasciare tutto alle spalle, dove si può lasciare perdere la pioggia incessante che intanto batte la’ fuori.

Ma siamo sicuri che poi stia piovendo là fuori?

E se fossero solo le nostre lacrime a darci l’illusione della pioggia?

Queste sono alcune delle infinite riflessioni che questo libro mi ha risvegliato, ma le mie dopotutto sono solo supposizioni, consiglio vivamente questo libro, anche per farsi una migliore opinione della nostra attuale condizione.

Vedere il Passato per Conoscere il Futuro.

Perchè alla fine tutto si ripete, fortunatamente, o forse tristemente.

Recens(opin)ione-Cent’anni di solitudine

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Allora, qua si parla di uno dei miei libri PREFERITI in assoluto, cercherò di essere imparziale, ma sono piuttosto sicuro che non ci riuscirò nemmeno sotto tortura.

Inutile dire che consiglio caldamente la lettura di questo libro.
Lo scrittore di questo piccolo capolavoro è il colombiano Gabriel Garcia Marquèz (il tipo della foto per intenderci), Premio Nobel proprio per questo romanzo.

Di cosa parla Cent’anni di Solitudine? Credo che facciamo prima a dire di cosa NON parla.

Questo libro è una piccola grande allegoria della condizione umana.

L’autore ci presenta una famiglia, i Buendìa, che hanno fondato col sangue e col sudore, insieme ad una decina di altre famiglie, un piccolo villaggio sudamericano: Macondo.

La famiglia Buendìa è composta da 4 persone: Josè Arcadio Buendìa, il buon patriarca forte e lavoratore, la decisa Ursula, sua moglie; e i due figli, Josè Arcadio e Aureliano.

La vicenda si svolge seguendo le bizzarre gesta della famiglia Buendìa, da quando Josè Arcadio Buendìa porta i propri figli alla fiera degli zingari a conoscere il ghiaccio fino all’ultimo discendente, quell’Aureliano Babilonia che decifrerà le profezie delle pergamene dello zingaro Melquiadès, santone e amico della famiglia sin dalla prima generazione, dipanandosi fra i cosiddetti cento anni del titolo.

Se c’è una cosa che fa letteralmente amare questo libro, è la gestione della storia e la caratterizzazione dei personaggi.

Tu lettore ignaro ti aspetteresti una chissà quale epopea beautifulliana (ma che poi esiste questo termine? boh), piena zeppa di personaggi buttati lì alla bell’e meglio.

E invece no.

Macondo è un luogo mitico, il paradigma della solitudine, i suoi abitanti (soprattutto i Buendìa) vivono una condizione “ciclica”, sono costretti a ripetere di figlio in figlio le stesse caratteristiche, come i nomi che i Buendìa danno alla loro prole, sempre gli stessi, uno dopo l’altro.

E nonostante questa ciclicità negli elementi caratteriali di base, ogni personaggio è ben definito, non ti confondi nonostante la selva di nomi tutti uguali, tu sai che un Josè Arcadio è diverso da un’altro, ma ben sai quale sarà il suo destino.

Quello di morire in solitudine, sia fisica ma soprattutto psicologica.

E forse Marquèz vuole dirci proprio questo, che per quanto tu possa scalciare, dimenarti, piangere, fare qualsiasi cosa, davanti alla morte ci sei  tu, e sei da solo.