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Racconto:Trance

Bene, dato che il freddo sta trasformando i miei poveri piedini in ghiaccioli e non riesco a concentrarmi causa mal di testa vi lascio uno dei miei momenti ispirativi, al solito non pretendo che sia giudicato un capolavoro, le critiche sono sempre ben accette.

Così come in tutte le cose ci sono dei vantaggi e degli svantaggi nell’essere innamorati, un vantaggio credo sia dato dalle iniezioni di ormoni che si infiltrano nel cervello, il più grande svantaggio risulta nel fatto che queste iniezioni finiscono, e non sono mai abbastanza, ed alla fine l’unica cosa che rimane è una grande sensazioni di rimpianto e di inadeguatezza.

Buona (si fa per dire) lettura.

 

“La ucciderò.

 

Non c’è un motivo preciso,ma penso che la farò fuori.

 

Effettivamente, ragionando con lucidità,non mi ha fatto niente di male, a parte popolare i miei incubi….

 

Non è colpa sua poverina, dopotutto, se ciò che le appartiene mi affascina e mi atterrisce.

La sua pelle candida come la perla mi provocava lunghi brividi lungo le ossa.

I suoi capelli, profumati di muschio mattutino, mi sconvolgevano come poche cose hanno fatto nella mia vita.

Ma i suoi occhi…

I suoi occhi erano qualcosa di angosciante.

Agili e svelti come quelli di una gatta, scrutavano nella mia anima ogni volta che incrociavano il mio sguardo.

Io avevo paura di quello sguardo, di quell’azzurro intenso…

Avevo paura, perchè sapevo che avrebbero potuto scrutare dove gli altri non riuscivano a vedere, e non potevo permettere che ciò accadesse.

 

Un giorno mi decisi, e andai a casa sua.

 

Pioveva, e una forte brezza invernale mi stava sferzando (o forse flagellando?) la pelle,

le gocce si stampavano con violenza sul mio impermeabile, come a voler impedirmi di proseguire la mia strada.

I lampioni notturni creavano un’atmosfera surreale attorno a me, la linea gialla lungo la strada che stavo percorrendo a piedi sembrava cambiare continuamente, ma in realtà rimaneva sempre uguale.

 

Strinsi forte il coltello da macellaio che avevo nella tasca interna dell’impermeabile e allungai il passo, fortunatamente non mancava molto..

 

Finalmente arrivai.

La sua casa non distava molto dalla mia, eppure quel quarto d’ora che impiegai per raggiungerla fu interminabile.

Indeciso sul da farsi, strinsi ancora più forte il coltello nell’ impermeabile, mi feci coraggio e bussai alla sua porta.

 

Nessuno rispondeva.

 

Allora bussai più forte, la mano destra, ben salda sul coltello, stava sudando dentro l’impermeabile

Finalmente…..aprì la porta

 

Quei bei occhi azzurri mi guardarono interrogativi.

 

Oh….sei tu!” non era per niente contenta di vedermi, e come biasimarla?

 

Tirai fuori il coltello dall’impermeabile e la assalii con violenza,

Tentò di urlare, ma non ne ebbe il tempo.

 

Il coltello recise la sua gola con un netto fendente, ciò che rimaneva dell’urlo erano tante bolle d’aria che adesso uscivano dalla ferita insanguinata.

 

Stramazzò al suolo, e io continuai ad infierire sul suo cadavere.

Colpii più e più volte ogni singola parte del suo corpo, fino a quando di lei non rimase che carne in poltiglia.

Mentre vivevo la scena, ero inorridito da ciò che stava accadendo, tutto quel sangue, così orrendamente rosso, così orrendamente….irreale, mi inebriava, sentivo che avrei potuto spaccare il mondo dopo quella notte….

Finalmente mi ero liberato dello spauracchio delle mie notti insonni, della sirena tentatrice,di quegli occhi così profondi e surreali che ogni volta mi facevano sentire in colpa….

 

Il giorno dopo lessi della sua morte sul giornale, a quanto pare la polizia sospettava che il delitto fosse stato opera di un qualche psicopatico senzatetto uscito da qualche manicomio, non avrebbero mai sospettato di me,i l giovane infatuato della vittima, stimato da tutti e conosciuto in tutta la città.

 

Quindi mi convinsi di essere al sicuro, e in questa mia convinzione mi crogiolavo nelle belle giornate novembrine, così fredde, ma allo stesso tempo così accoglienti, almeno così mi sembrava, a quali artifici si attacca l’uomo pur di non essere sopraffatto dal senso di colpa!

 

Poco tempo dopo l’assassinio, non ricordo bene quando, andai a messa.

A volte è strano pensare come proprio gli autori dei più efferati crimini siano i più timorati del Signore, per me non era così, così come avevo ucciso Lei, così andavo in chiesa, per noia, ma sopratutto per paura di essere giudicato, per paura di essere deriso, per paura di non essere perfetto…

 

Il prete parlava e io ovviamente non ascoltavo,

Santi, peccatori, miracoli, il grande Amore che il Signore, presumibilmente, ci dona per la nostra Gioia e per la nostra Salvezza.

Di solito me ne infischio di queste cose avulse dalla vita di tutti giorni, certo le ascolto, sempre per la mia politica del “mai-rendere-scontento-di-me-qualcuno” ma non posso dire di credere in qualcosa, semplicemente sento, parole parole parole, che si perdono nell’oblio della mia mente, occupata da pensieri inutili, pensieri che vagano, si fermano, e poi muoiono.

Così, come erano nati.

 

Ma quella volta fu diverso.

Mi sentivo immensamente triste.

Le parole del prete mi ferivano, tutti quei buoni pensieri, ai bambini poveri, alle persone anziane, ai malati, a tutti quelli che avevano bisogno di aiuto e chiedevano una mano da noi, borghesucci smidollati che non desideriamo altro che un biglietto di sola andata per il Paradiso, penetravano nel mio essere con la forza di un coltello affilato, facendomi salire al viso lacrime calde di compassione, come non avevo mai fatto prima.

Pensandoci bene, io non avevo mai pianto in vita mia, piangere quel modo sarebbe stata più un’azione da donna.

Un’ azione da Lei.

 

Feci in modo di smettere di pensare a Lei, ormai era morta e niente o nessuno avrebbero potuto farla vivere di nuovo, le mie notti erano tranquille, nessuno sospettava niente e, nonostante tutto, ero certo che un viaggetto in Paradiso non fosse poi così male.

 

 

 

Dopo la messa, la mia giornata si dipanò normalmente, come la qualunque giornata di un qualunque

signor Nessuno di una qualunque nazione di un qualunque continente, ammetto che la mia vita era piuttosto monotona al tempo, troppo monotona, visto che dopotutto avevo commesso un efferato delitto ai danni della persona che più amavo in questo mondo…e pure nell’Altro.

 

Infatti, ripensandoci avrei dovuto immaginarmelo, sarebbe ben presto cambiata…

 

Mi coricai, stanco dell’ inutile giorno appena trascorso, e quando pensai che non mi sarei più addormentato…..caddi in un sonno così profondo da far invidia ad un bambino.

Cominciai a sognare, o almeno così mi pareva.

Immagini confuse si stagliavano nella mia mente,strani occhi azzurri, nasi, appendici che ben conoscevo e che avevo amato fino alla follia, mi additavano di una tragedia che, effettivamente, io avevo commesso, ma chi non avrebbe compiuto un simile gesto se si fosse ritrovato nella mia situazione?

Era colpa Sua, solamente Sua, io avevo agito per cause di forza maggiore, non potevo permettere che i suoi occhi rivelassero al mondo che non ero perfetto, non potevo, non ero pentito e lo avrei rifatto milioni di volte se ne avessi avuto l’occasione.

 

Dopo questa notte piuttosto, come dire, movimentata mi alzai con poca voglia e molta stanchezza. Mi stropicciai gli occhi, e poi guardai le mie mani….e mi accorsi che era successo qualcosa….

Erano pallide, e stranamente lisce e ben curate.

Ma sopratutto erano smaltate.

Dallo stupore mi misi le mani nei capelli, e alcuni ciuffi biondi mi rimasero fra le mie nuove mani così lisce e curate.

Volevo urlare, ma non ci riuscivo.

Sempre più inorridito, mi avvicinai allo specchio….e guardai.

La mia immagine non c’era più.

Adesso c’era Lei, che mi guardava,o meglio, che si specchiava.

I suoi lunghi capelli d’oro incorniciavano il mio viso,

i miei lineamenti angolosi non c’erano più, adesso c’era il suo bellissimo ovale,perfetto come una figura euclidea,

e adesso non potevo più sfuggire a quegli occhi iniettati di sangue, mi fissavano, mi perforavano, stavano rivelando tutti i miei segreti al mondo intero.

Presi le mie mani, o meglio, prese le sue mani, le mie nuovissime e delicate mani, e le appoggiai sulla mia gola……sentii le forze abbandonarmi sempre più,

ormai non sentivo più niente, pensavo solo a Lei, e a quanto fosse stato stupido evitare quegli occhi…..

poi smisi di pensare…..e non rimase altro che Buio.

 

Così si compi’ la Sua vendetta.”

 

Racconto: L’Uomo Sul Bordo

Ecco a voi, come dico sempre, un piccolo momento di follia ispirativa.

Devo dire che è un po’ che non me ne capitano, di questi momenti.

Che dire, le critiche sono sempre ben accette, non credo di essere un granchè, come dico sempre sono più uno scrittore  a tempo (libero) perso.

Grazie in anticipo, and enjoy.

Sono sul bordo, e sono in bilico.

Cammino per la strada, e penso a ciò che sarei potuto essere e a ciò che sarò.

Il Niente mi assale.

Penso a questo povero Mondo: abitato da scarafaggi,

un pianeta che soffre, che tenta in tutti i modi di togliersi queste pustole

che si è ritrovato fra capo e collo.

Un malato terminale.

E io, cosa ci faccio qua?

Penso alle persone,

tutte indaffarate nel loro insulso mondo

fatto di riviste patinate e paillettes comprate di seconda mano,

gente che non vuole cambiare,

gente che “vale tutto fino a quando non tocchi i miei interessi”,

gente che ucciderebbe per un po’ di fama,

gente che vive per inerzia.

Un Cancro.

E io, cosa sono?

Penso ai desideri e alle speranze degli uomini,

puro soddisfacimento personale,

Io sono più importante di qualunque altra cosa,

e anche se affermo il contrario cosi è”,

tutti pronti a scambiare (o forse non se ne accorgono?) della libido,

un soddisfacimento fisiologico,

con un sentimento.

 E che cos’è l’Amore?

Continuo a camminare sul bordo,

pensando a come poter cambiare la mia Vita.

Per quale motivo vivo?

 Perchè dovrei continuare a spingere questo fardello che mi porto addosso,

perchè non metto una parola “Fine” a tutto questo?

Perchè devo sottomettermi alle decisioni di un Dio che non è ciò che voglio,

oppure sopportare il capriccio entropico di un Universo che se ne infischia di ciò che faccio?

Chi è il padrone della mia Vita?

Non sono forse Io?

 E allora perchè non riesco ad accettare questo dono?

 Troppi interrogativi, e troppo poco tempo per poterseli porre tutti.

Ma poi perchè dovrei pormeli?

Cammino senza meta,

mi fermo e mi specchio su una pozzanghera.

Gli occhi stanchi, la barba incolta ed un espressione vacua mi incorniciano il viso.

Sembro un morto.

Ed allora capii.

Sono sul bordo, e sono in bilico.

Vado avanti, ma non so più quale sia la mia meta.

 O forse lo so?

 E improvvisamente perdo il terreno il terreno sotto i piedi.

 Precipito,

ormai non penso più a nulla.

La mia vita mi passa davanti,

un pargolo indaffarato tra mille giochi,

un adolescente ambizioso che voleva essere qualcuno,

un adulto asettico.

Mille desideri,

mille speranze, e nessuna utilità.

Avevo risolto il mistero.

Un lampo scarlatto e un tuono assordante

furono le mie ultime memorie.