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Un ritorno…impagliato.

Pensavate che me ne fossi andato, scomparso, kaputt, vanished forever and ever?
Beh mi dispiace per voi! ahahaha

In realtà ho passato un periodo un po’ del cavolo, fra mangiate natalizie, paranoie epocali, esami, malesseri diffusi e controindicazioni varie…
Ma finalmente ho ritrovato la voglia di scrivere sul caro vecchio Spigolo.

Ed è già qualcosa.
In genere quando mollo qualcosa non la riprendo più.

Comunque!
Visto le succitate condizioni disastrate in cui mi sono trovato negli ultimi tempi, oggi non parlerò di libri, visto che ho una pila da leggere che mi aspetta da un bel po’ ormai, ma piuttosto di cinema, condito con un pizzico di attualità.

Il film di cui parlerò (molto) a breve è tratto, come consuetudine, da un libro.
Un libro che lo stesso regista avrebbe definito, se fosse stato napoletano, ” ‘na munnezz”
Ma non l’ho letto, e dunque non posso dare giudizi.
Per ora almeno.

Parliamo di Sam Peckinpah e di una delle sue opere più controverse, ovvero Cane di Paglia (in originale Straw Dogs, datato 1971) con un Dustin Hoffman non ancora con la testa imbiancata.

Il Cielo e la Terra non usano carità,
tengono le diecimila creature per cani di paglia.
Il santo non usa carità,
tiene i cento cognomi per cane di paglia

David (Dustin Hoffman) è un matematico brillante che decide di trasferirsi in Inghilterra nel paese natio della moglie Amy, precisamente in Cornovaglia, per poter svolgere in pace e serenità un lavoro di ricerca molto importante che gli è stato assegnato in seguito ad una borsa di studio.

Sbeffeggiato dai cittadini del paesello e con una moglie che dubita delle sue capacità, David si ritroverà in una situazione da guerriglia urbana, dove per proteggere un malato mentale accusato di omicidio si troverà a fermare gli assalti dei locali alla sua casa, in un’ orgia di sangue e violenza senza fine.

Questo film si apre a molte e diverse interpretazioni.
Innanzitutto al momento dell’uscita fu considerato un film fascista, misogino e violento, tagliato all’inverosimile (censurata la scena dello stupro alla moglie di David) e completamente stravolto nel suo significato.

Utilizzando modelli prettamente “Western” Peckinpah metti in scena una storia di vita, nuda e cruda.

David è un Cane di Paglia, non reagisce ai paesani che lo sbeffeggiano, non reagisce ai comportamenti della moglie, che ci prova con gli stessi, non reagisce a niente, se non al suo lavoro.

Eppure, quando un sempliciotto si nasconde in casa sua per sfuggire al linciaggio, ecco che qualcosa nel suo inconscio scatta, e tutta la violenza repressa dal suo essere esce fuori, e lo porta alla carneficina.

Il cane di paglia si incendia.

Ma esistono cani di paglia?
Peckinpah sembra dirci di no, nessuno accetta passivamente la propria sorte, ognuno di noi ha una parte oscura che viene liberata, un istinto di autodifesa.

Ci mette a nudo, nessuno è meglio di qualcuno.

Chi è il cattivo in questo film?
David, che non protegge la moglie dalla violenza e accetta passivamente tutti i soprusi, salvo poi trucidare chiunque si trovi a tiro?
O Amy, che desidera un uomo più forte del marito, e che alla fine sembra quasi parteggiare per i propri violentatori?
Oppure i paesani, che fanno della legge del taglione la loro unica guida?
Non credo che si possa rispondere a tale domande.

Forse i veri cattivi siamo noi, che stiamo a fare della dialettica e tendiamo a giustificare la violenza, quando la violenza è sempre sbagliata.
Non sembra esistere la pace tra le persone di questo mondo, ci dice il regista, ne’ comunicazione: solo egoismo, e voglia di prevalere sul debole.

Una visione pessimistica, ma come dar lui torto dopotutto.
Se ne sentono anche troppe, negli anni 70′ come oggi.

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Anarchia e Consumo

Carlo, metti le dita così!… Sei capace di dire “Non posso mangiare il riso”, tenendo le dita così? 

Non posso mangiare il riso.

E allora mangia la merda!

Mi scuso per non essermi fatto sentire da un bel pezzo…ma la verità è che sto rimuginando molto in questo periodo, e quindi le parole si affollano in talmente tante direzioni che mi risulta difficile ordinarle in una direzione ben precisa e predeterminata.

Ma ci proveremo comunque.

Intanto comunico che ho deciso di aprire una nuova rubrica, La Settima Arte, che comprenderà post a tema cinematografico, ma pur sempre interlacciati con il mondo della carta stampata (le due “puntate precedenti” le trovate qui e qui, per chi se le fosse perse.)

Questo post rappresenta una fantomatica “terza puntata”.

Si può parlare di politica nella letteratura?

Certo che sì, ma che domande faccio.

Attraverso l’Arte si può parlare di qualunque cosa, in maniera diretta o indiretta.

Il problema principale rimane nel “veicolo” del messaggio, ovvero nel modo in cui si decide di far passare  la critica che vogliamo diffondere: dobbiamo fare in modo che passi nella maniera più capillare e precisa possibile, senza fraintendimenti.

Si riesce nello scopo?

Pare strano dirlo, ma sembra che un aumento dell’istruzione media abbia portato con se’ una costante e sempre crescente chiusura mentale, col risultato che non si capisce più un bel nulla.

E così a me tocca (che poi intendiamoci, manco fossi chissà quale luminare mondiale) sorbirmi gente che considera Salò un beneamato spreco di pellicola, e che chiama Pasolini un povero frocio che se lo meritava.

Perchè è di questo che voglio parlare.

Ma facciamo un po’ di storia prima.

Agli albori della rivoluzione francese il conte Donatien Alphonse François de Sade (che per chi non lo conoscesse, da il nome alla parola Sadismo, insomma un gran simpaticone), se ne esce con un romanzo intitolato “Le 120 Giornate di Sodoma“.

Sade dipinge con asprezza e un certo gusto per il macabro e per l’osceno una summa di tutto ciò che può essere definito con l’appellativo di “perverso”, una sorta di enciclopedia del libertino.

Approfittando della situazione, il Divin Marchese lascia pure un messaggio nel suo romanzo: per quanto i grandi poteri possano ostracizzare, stracciare, censurare, abbaiare contro sono affascinati dal libertinaggio, e fanno di nascosto ciò che agli altri vietano di fare; esasperando fino ai limiti del parossismo.

Circa due secoli dopo, Pier Paolo Pasolini termina la cosiddetta Trilogia della Vita e decide di inaugurarne una della Morte, e per il primo film decide di ispirarsi al romanzo di Sade.

La Seconda Guerra Mondiale e agli sgoccioli e quattro repubblichini nazifascisti, personalità del tempo (di cui conosciamo solo gli appellativi: il Duca, Il Monsignore, Il Presidente e L’Eccellenza) decidono di rifugiarsi in una villa sperduta nella repubblica di Salò, dove rapiscono dei giovani di entrambi i sessi selezionati accuratamente per soddisfare tutte le loro perversioni sessuali.

Le torture riservate alle povere vittime sono sia fisiche che psicologiche e sfoceranno in un bagno di sangue, che vedrà i nostri bei quattro tomi pronti a darsi il cambio a guardare da una finestra l’esecuzione, violenta e macabra di ogni trasgressore delle regole.

In contrasto con il tema particolarmente forte e grezzo Pasolini adotta uno stile registico altamente pulito e ordinato, suddivide il proprio girato in “gironi danteschi” (Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue) e incornicia il tutto in una fotografia pulita ed estremamente ordinata, che fa risaltare ancora di più lo schifo generato dalle vicende narrate.

Molti dei così autorevoli critici hanno definito Salò, al pari del romanzo da cui è stato generato, un riassunto di tutte le perversioni che Pasolini avrebbe provato durante le sue esperienze omosessuali, più o meno esasperate, bollandolo come un prodotto di cattivo gusto totalmente fine a se stesso.

Questa tesi non mi trova assolutamente d’accordo, non c’è voluttà nel mostrare, non c’è soddisfazione nel guardare, vi è solo grande sgomento e un senso di sporco che rimane indelebile nella propria anima.

Come Pasolini più volte dice nelle interviste (quelle interviste che poi saranno le ultime, visto che morirà di li a poco) Salò è un film sull’Anarchia del Potere e su ciò che il Potere fa dei corpi ai giorni nostri.

Quando si pensa all’Anarchia si pensa ad un qualcosa di totalmente privo di regole, qualcosa che tenta di distruggere il Potere costituito.

Ma se si pensa bene, è proprio il Potere stesso ad essere Anarchico, il Potere fa ciò che vuole e agisce in modi che esulano i normali rapporti umani.

In particolare l’odierno modello economico è un potere che mercifica i corpi, li trasforma, fa perdere loro valore, ci trasforma tutti in macchine senza sentimenti, che cercano continuamente l’oggetto bello, che consumano dunque.

Ed è proprio questo Salò, una gigantesca pubblicità progresso, una sorta di “Profezia” formulata quasi 40 anni prima, su ciò che sarebbe diventata l’Italia dei giorni nostri, un accozzaglia di persone senza cervello.

E mentre il mondo va a rotoli, noi siamo qua, a ballare sulle note dei “Carmina Burana” di Orff…

 

 

 

 

Ultraviolenza e Anni 80′: American Psycho

Il Signor Bat(e)man si offre come modello per questo illustrissimo articolo

Avete sentito mai parlare di estetica pulp?

In genere si definisce pulp quel contenuto tipico di alcune rivistacce della prima metà del secolo scorso, romanzetti da tre palle e un soldo (la maggior parte si intende, i capolavori si sa stanno un po’ dovunque, basta avere l’accortezza di non stroncarli solo perchè diversi dal nostro modo di vedere le cose) fatti per vivere, più che per una vera e propria esigenza artistica.

I romanzi pulp hanno tutti le stesse tematiche, la vicenda è costruita su situazioni surreali, altamente violente, al limite della pornografia visiva, in genere leggere un romanzo di questo tipo è come un pugno in un occhio, rimani abbagliato dal lavoro complessivo e ti senti leggermente sporco, magari di sangue pure, con quel sapore agrodolce sulle labbra.

Si potrebbe riassumere il pulp come l’equivalente letterario del cosiddetto genere cinematografico dell’ exploitation, sostanzialmente spreco di pellicola (e di carta).

Però devo dire che si può spezzare una lancia in favore del genere.

A differenza dei romanzetti del kaiser di oggi, tutti belli patinati e completi di trama (scopiazzata) ultrapettinata, i romanzi di un tempo erano magari pervasi da un senso dello scazzo totalmente inopportuno, delle trame raffazzonate, dei personaggi che non stavano in piedi nemmeno a volerceli far stare, ma almeno avevano sicuramente un paio di qualità invidiabili: l’originalità e una genuina volontà di scioccare il lettore.

Ma non uno shock telefonato e prettamente televisivo (come possono essere alcuni servizi al telegiornale), uno shock genuino, una roba che te la trovi davanti e dici “mio dio che schifo, ma chi è il malato di mente che ha inventato una roba del genere?”

Erano ancora i tempi in cui si poteva osare, adesso fai una roba del genere e tutti subito a gridare allo scandalo, gente che guarda il tuo bruscolo nell’occhio e non si accorge della trave che li sta perforando il cranio.

Infatti il pulp  subirà un declino piuttosto lento e doloroso, grazie all’opera di censura di onesti mestieranti del rompiscatolaggio internazionale.

Fino ai giorni nostri.

Grazie ad autori come il mai non troppo caro vecchio Palahniuk, oppure a film altamente mainstream come Pulp Fiction (sia lodato Quentin, sempre e comunque!) il genere pulp subisce una piccola rinascita, diventa un genere di nicchia, roba con cui puoi vantarti con gli amici “cioè io sono tropppo forte perchè io leggo Fight Club e sono contrrrro il sistema!”

Meh.

E qui arriviamo al nocciolo dell’articolo, la rinascita del pulp deve molto a questo piccolo autore che vado a introdurvi, un autore rivoluzionario che ha saputo leggere il declino di una società (la nostra) ben prima della sua effettiva dipartita.

Sto parlando di Bret Easton Ellis, e del suo romanzo più conosciuto: American Psycho.

Innanzitutto il contesto: American Psycho è ambientato nei favolosi anni 80′, e tratta dei cosiddetti yuppie, in genere quegli agenti di borsa giovani e ben vestiti, tutti abbronzati e palestrati pronti a vendere anche la propria mamma per il successo.

In particolare, Ellis si concentra sul suo protagonista, Patrick Bateman, yuppie con manie omicide.

Bateman ci viene presentato nel romanzo come  “il ragazzo della porta accanto”, il partito che ogni madre vorrebbe per sua figlia, quel classico fighetto che vedi a scuola e che invidi con tutto il cuore, perchè non potrai essere mai come lui, al massimo potrai essere una copia sbiadita, una vana imitazione, una paccottiglia per turisti.

Come dice il saggio, tutto ciò che luccica non è sempre oro.

Patrick è lo spettro della sua categoria sociale, è paranoico, cocainomane, ossessionato dalle marche di vestiti, ha un sacco di manie più o meno strambe (non si perde mai una puntata del Patty Winters Show, noleggia continuamente la cassetta di Omicidio a Luci Rosse di Brian De Palma, che studia con precisione chirurgica fotogramma dopo fotogramma), e soprattutto uccide con violenza inaudita persone totalmente a caso.

Patrick Bateman è un antieroe.

A modo suo ma lo è.

Rappresenta la ribellione della società verso una categoria che non la rappresenta.

Il buon Bret è stato intelligente nel costruire il personaggio, Patrick non sopporta il mondo che lo circonda, vede tutto ovattato, si annoia.

Uccidere rappresenta il suo unico modo di sfuggire ad un sistema alienizzante, una valvola di sfogo contro quel mondo fatto di pagine patinate e di extralusso, ma che alla fine è inconsistente, come fumo.

Verrà talmente risucchiato da questa orrida spirale di sangue che alla fine anche uccidere diventerà una sua abitudine yuppie, e anche quello non avrà più significato.

Questo per farci capire che forse a questo sistema, a questa sorta di Matrix totalmente reale non c’è via di fuga, se non quella di adattarsi, come molti fanno ogni giorno.

Che dire, io questo libro lo consiglio a (quasi) tutti, come un’opera pulp vecchio stampo è iperviolento e schifoso al punto giusto, nel caso i più sensibili possono vedersi il film, edulcorato e con un Christian Bale in splendida forma (ma che poi sarà un caso che Bateman è Batman con la e? Boh!) dove lo spirito del romanzo è rispecchiato più o meno fedelmente, un vero e proprio must read and see.